Jessica Backhaus

Jessica Backhaus – Nous irons jusqu’au soleil

Di Antonella Fava
10 Mag 2024

Nous irons jusqu’au soleil è il titolo dell’esposizione di Jessica Backhaus visitabile al Centre de la photographie di Mougins fino al 2 giugno.
Qui l’artista espone due serie fotografiche distinte: Cut Outs e The Nature of the Things. Diverse per realizzazione e concezione, mostrano entrambe come la nozione del colore sia al centro della sua riflessione. Entrambe rimandano, al di là di ogni intellettualismo, al sensibile e al poetico. Seducenti e ingannevoli allo stesso tempo, i colori producono un effetto ipnotico che attraversa tutta la sua opera. 

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Jessica Backhaus

Jessica Backhaus

Jessica Backhaus è nata in Germania nel 1970. Il suo lavoro fotografico è stato esposto in molti Paesi e in una dozzina di gallerie internazionali negli Stati Uniti, in Germania, Italia, Svizzera e Belgio. Cresciuta in una famiglia di artisti, all’età di sedici anni si è trasferita a Parigi, dove ha studiato fotografia e comunicazione visiva. La sua passione per il mezzo fotografico l’ha portata a New York nel 1995, dove ha assistito diversi artisti e affinato le sue capacità. Attualmente risiede a Berlino ed è una delle voci di spicco della fotografia tedesca contemporanea. 

Jessica Backhaus

Color power

Sono intorno a noi, evidenti, eppure pochi di noi considerano i colori per quello che sono: un fenomeno che modella il nostro rapporto fisico e mentale con il mondo. Jessica Backhaus ne sonda il potere fino a farli uscire dall’immagine. Sotto la sua apparenza superficiale, il colore è una cosa seria e potente. Più che evocativo, ha la capacità di influenzare la nostra mente. Etimologicamente, la parola colore ha a che fare con l’apparenza, l’artificio e l’ornamento. Pur essendo codificato, il colore rimane una finzione che racconta una storia diversa da quella reale. “Il colore è un’invenzione”, afferma François Cheval, co-curatore della mostra di Jessica Backhaus a Mougins.

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Cut Outs

Nella prima parte, Cut Outs, Jessica Backhaus racconta questa storia senza alcun riferimento all’oggetto. Ispirandosi al cubismo e al pop, l’artista utilizza fogli di carta colorati per creare sequenze luminose. Queste fotografie non pretendono di mostrare nulla di diverso da ciò che sono: forme ritagliate di carta colorata collocate su uno sfondo semplice.
Anche se si dissociano dagli oggetti, i colori non diventano però pure astrazioni, figure irreali, ma trovano una materialità ancora più densa.  Il gioco di texture, trasparenze e ombre tra le aree piatte di colore restituisce l’impressione di una scena con diverse profondità, o addirittura di una scultura 3D. I colori appaiono scolpiti, trascendendo la bidimensionalità dell’immagine fotografata.

Jessica Backhaus

La performance del colore

Jessica Backhaus è affascinata dai collage di Matisse e dalle costellazioni colorate di Sonia Delaunay, dal cui libro prende in prestito il titolo della sua mostra. Per tre anni dal 2018 al 2021, la fotografa, grande collezionista di carta di ogni tipo e qualità, si è concessa un rituale: quando il sole era allo zenit, assemblava i suoi ritagli nella parte del suo appartamento in cui la luce era più intensa. Lì aspettava che, sotto l’effetto del calore, la carta si contorcesse e prendesse vita, come se un soffio ne intensificasse i colori e i volumi in un fugace momento di grazia.
“È una vera e propria performance che si deve catturare prima che i pezzi cadano a terra”, spiega. Tutto è poi lasciato all’immaginazione dello spettatore, che non ha alcun indizio: i titoli sono numeri di serie. L’artista diventa una chiaroveggente che, utilizzando forme colorate gettate a terra, ci invita a interpretarle in base alle nostre percezioni, paure, ricordi e simboli. “L’astrazione è uno dei pochi luoghi in cui si possono immaginare le cose”, dice.

Jessica Backhaus

The Nature of Things

Nei lavori più recenti, Jessica Backhaus si interessa agli oggetti che la luce scolpisce. Jessica Backhaus le definisce “nature morte” o, come si dice in altre lingue, “vite tranquille, still Life”. Queste figure dicono qualcosa di diverso da ciò che rappresentano. In senso letterale, sono “pretesti”.
Gli ovali su carta della prima sala diventano un ramo di cactus la cui ombra si allunga su una parete blu. Attraverso l’inquadratura, Jessica Backhaus ritaglia lo spigolo di un edificio o il bordo di un parabrezza, lo estrae dall’ambiente circostante e ne scaturisce un’astrazione.
“Cerco di catturare la poesia che emana dalle cose più piccole, senza bisogno di intellettualizzare”, afferma. Qui i titoli sono più evocativi – Dust, Ray, Rain – e ci incoraggiano a lasciarci andare, a osservare i nostri ambienti più immediati come estranei, a liberare le forme dalla loro identità e dal loro uso, a creare un’estraniamento che ci incoraggia a guardare oltre l’ovvio. E, in questo processo, ad evidenziare che la nostra percezione della realtà non è altro che una ricostruzione umana, influenzata dai nostri stessi determinismi.

Jessica Backhaus