Attentato di Nizza il ricordo

Di Marco Casa
14 Lug 2022

A sei anni dalla strage sulla Promenade des Anglais per non dimenticare

Sono passati sei anni dal 14 luglio 2016, quando un uomo alla guida di un camion si lanciò contro la folla togliendo la vita a 86 persone e sconvolgendola a migliaia di altre.

Noi di Radio Nizza per non dimenticare quella notte in cui eravamo presenti come decine di migliaia di altre persone di ogni età e nazionalità, oggi pubblichiamo la testimonianza in forma di racconto della signora Elena Patrucco che ha ricostruito quanto ha accaduto quella notte in uno scritto che pubblichiamo qui alle 22.30 in punto di oggi, ora in cui cade esattamente il sesto anniversario dell’attentato di Nizza.

Liberté, égalité, fraternité e il folle volo.

Di Elena Patrucco

Dal 14 luglio 2016 sono passati ormai sei anni, ma quei minuti, che divennero ore e giorni di ansia e paura mi hanno cambiata lasciando una ferita nell’animo che, ad ogni commemorazione torna a bruciare.
Le domande sono sempre le stesse. – Perché sono morti? – Che merito abbiamo avuto noi, per esserci,
fortunatamente, salvati? – Le differenze religiose possono giustificare un massacro simile?
Per noi sette, assistere ai fuochi d’artificio del 14 luglio era un piacevole rituale. Qualche volta avevamo
ammirato lo spettacolo dall’alto del terrazzo di un appartamento affittato da amici e, da quel punto di vista, la visione sulla baia era quasi magica; alle luci della città brulicante di profumi, di sogni e di vite si
aggiungevano la musica e il bagliore dei fuochi d’artificio lanciati sul mare.

Nessuno a Nizza, se non impossibilitato per seri motivi, non partecipa allo spettacolo del 14 luglio, festa
nazionale per ribadire l’importanza di Liberté, Égalité, Fraternité.
Quella sera, anche noi, in gruppi separati, eravamo lì, sulla Promenade des Anglais, insieme agli 86 angeli volati in cielo, e sfiorammo appena, per nostra fortuna, l’ultimo folle volo di Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, il franco-tunisino, autore e distruttore della notte più lunga che Nizza ricordi.

– Quante volte avrà transitato sulla Promenade con il camion preso in affitto per provare il percorso?
– Quante foto avrà scattato durante i mesi precedenti per immortalare tutti i particolari per testare il
livello di sicurezza prevista durante l’organizzazione di eventi sul lungomare?

Sul sedile del camion fu trovato il cellulare e, tra le tante foto, video e messaggi, c’era anche questo:
“Ramzu, sono passato al telefono pubblico di rue Marceau, non ti ho trovato, volevo dirti che la pistola che mi hai dato va bene. Fai sapere al tuo amico che abita in rue Miollis al quinto piano che ce ne procuri
cinque.”

– Che dire? Si stava attrezzando per compiere altri attentati?
Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, trascinò con sé molti innocenti e ferì, nel corpo e nell’anima, migliaia di
nizzardi, francesi, turisti europei ed extraeuropei che scelsero, quella sera, di trascorrere due ore di serenità nel giorno della festa nazionale e decisero di passeggiare sulla Promenade des Anglais.
Per 86 di loro fu l’ultima.
Il rumore della musica coprì il rombo del motore del camion che sopraggiungeva, i fuochi d’artificio appena terminati, la maggior parte di chi era lì, non capì il pericolo incombente. L’immagine del grosso camion che si lancia sulla folla a forte velocità e si sta dirigendo contro di noi, le urla dei passanti, i primi caduti e il pensiero dei miei figli a qualche kilometro di distanza sono un incubo che talvolta ritorna e mi rimbomba nella mente.

– Perché un gesto così estremo, per sé e per gli altri?
Quegli attimi di terrore si protrassero per tutta l’estate. Inevitabile non rendersi conto di essere nell’Inferno di una guerra, la guerra di qualcun altro, naturalmente, ma che oggi viene combattuta su un campo di battaglia dove vittime innocenti trascorrono una serata in un locale, o assistono ad uno spettacolo pirotecnico o passeggiano alla ricerca di un regalino da mettere sotto l’albero in un mercatino di Natale e poco o nulla sanno di quello scontro. Si vive in una guerra civile globale, probabilmente, è inesatto parlare di terza guerra mondiale, la parola guerra non si addice più a quanto accade oggi, dal momento che non ci sono due poli che si contrappongono. Di certo c’è una violenza intermittente, ci sono tanti contesti bellici, per la prima volta le frontiere non sono definite con chiarezza, il nemico è difficilmente individuabile.

– Come ci si può opporre a chi è disposto a morire?
Come in tutte le guerre ci sono poi i caduti, gli innocenti e gli eroi.
Gli innocenti come Fatima Charrihi, la mamma e nonna di 62 anni, la prima vittima della furia omicida di chi ha creduto che Allah volesse affermare con l’odio la forza e la superiorità della propria religione. Anche Fatima, credeva in Allah, forse, non lo stesso Allah! O, semplicemente, aveva compreso in modo diverso le parole del Profeta.

Ora il marito Ahmed, con i loro sette figli e i sette nipoti piangono la sua inaccettabile morte, avvenuta per
mano di un uomo che difendeva i suoi stessi valori. Ma quali valori?
– Aidez-vous les uns les autres”, questo era il ritornello che Fatima ripeteva ai figli, racconta Hanane nel libro uscito qualche mese dopo l’attentato.
Fatima, durante i suoi 62 anni di vita, ha sempre perseguito la strada del Bene, ha sempre cercato di avere buoni rapporti con i vicini del quartiere La Costière dove si era trasferita trent’anni prima lasciando il Marocco con il marito. La Costa Azzurra era apparsa ad entrambi la più bella regione della Francia. Il mare blu, le montagne verdeggianti, il fascino della Vecchia Nizza aveva il colore del sole al tramonto.
Molti suoi connazionali ricevettero da lei un aiuto nel momento del bisogno; Jonathan ricorderà per sempre la sua umanità e la sua generosità, la sua zuppa gentilmente offerta quando non aveva nulla e a Nizza non conosceva nessuno; la Fédération des musulmans du Sud, nella quale la donna collaborò, continuerà a distribuire la sua soupe ai senzatetto in memoria del suo esempio.
La soupe preparata con tutto l’amore che dedicava alla sua famiglia, forse, l’harira, la zuppa nazionale per eccellenza, quella con i ceci, i pomodori, la carne e le lenticchie, i diversi aromi e le immancabili spezie come cannella, zafferano, curcuma.
Mi sento molto vicina ad Hanane, una giovane donna francese di origine marocchina, figlia di Fatima che, insieme ai fratelli, ha fondato l’associazione Ma mére patrie con lo scopo di sostenere le vittime della radicalizzazione e continuare la lotta contro intolleranza. Non posso non sentirmi fortunatissima in
confronto a lei. Mi trovavo anch’io lì, forse, avrò sfiorato, camminando, Fatima. Magari, ci siamo guardate
negli occhi percorrendo il lungomare in senso opposto. Noi sette, pur con l’incapacità di accettare quello a cui avevamo appena assistito, abbiamo cercato il riposo nel nostro letto. La notte è stata lunghissima, il
suono delle sirene delle ambulanze è stato continuo, i soccorsi dei pompieri, le forze dell’ordine incessante, sui social network arrivavano continui aggiornamenti e il numero delle vittime via, via in ascesa. I giorni seguenti sono stati i giorni dedicati alla commemorazione dei caduti e, purtroppo, alla rabbia.

– Tant mieux, ça en fait une de moins.
Frasi come questa che si è sentita rivolgere Hanane, sono indelebili anche nella mia memoria. Erano i giorni del lutto nazionale, i giorni in cui tutti i nizzardi e i turisti presenti in città, indossarono abiti bianchi e si recarono sulla Prom’ per rendere l’ultimo saluto alle vittime portando un fiore, una lettera o un pupazzo di peluche. 86 palloncini bianchi sono volati in cielo mentre il canto corale di Nissa, la bella li accompagnava.
Viva, viva, Nissa la Bella
O la miéu bella Nissa
Regina de li flou
Li tiéu viehi taulissa
Iéu canterai toujou.
1 Ma Mére patrie, Hanane Charrihi, Elena Brunet, ed. del La Martiniére
Canterai li mountagna
Lu tiéu tant ric decor
Lou tiéu gran soulèu d’or(…)

Anche nel dolore e nella tristezza del momento l’odio e la violenza non si sono placati e trapelavano dalla
folla.
Sulla Promenade, quella sera, tra i 30.000, c’era anche Alexandre Migues, il ciclista nizzardo che ha tentato di fermare Mohamed Lahouaiej-Bouhlel durante la sua corsa mortale. Istintivamente, senza riflettere sui rischi di quel suo gesto, ha buttato a terra la sua bicicletta e ha cominciato a correre contro il camion tentando di aprire la porta del conducente. Lo stesso spirito di abnegazione ha colto anche un altro eroe con uno scooter, Franck Terrier, che si è gettato nella mischia per frenare la corsa del camion.
Ricordo che il mezzo era guidato da un uomo, accecato dalla propaganda dello Stato Islamico, armato e
sotto l’effetto di sostanze psicoattive, il camion affittato, pesava 19 tonnellate e ha percorso, a fari spenti,
zigzagando, proprio per colpire il maggior numero possibile di innocenti, circa due kilometri.
Due giganti, se si pensa all’azione temeraria di cui si sono resi protagonisti. Il tutto durato 4’ e 5’’.
Neanche cinque minuti, per molti fatali, verso l’eternità.

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