L’apertura dei controversi negozi Shein nelle ex Galeries Lafayette di cinque città francesi, prevista per novembre e dicembre, è stata rinviata, ha annunciato venerdì 14 novembre su BFMTV il patron della Société des grands magasins (SGM), Frédéric Merlin. Un ritardo “di qualche giorno o qualche settimana”, secondo quanto dichiarato dal dirigente.
Dopo il BHV a Parigi, il gigante cinese dell’ultra fast-fashion doveva installarsi il 18 novembre a Digione e Reims e il 21 novembre a Grenoble, poi all’inizio di dicembre ad Angers e Limoges. Ora questi piani sono stati modificati.
Adattamenti necessari per l’offerta e i prezzi
“Dobbiamo adattare l’offerta, dobbiamo adattare la politica dei prezzi ed è per questo che probabilmente ritarderemo (…) le nostre aperture in provincia”, ha dichiarato il dirigente del gruppo che gestisce il BHV e i cinque negozi interessati, che portavano il nome di Galeries Lafayette fino a poche settimane fa.
Le aperture erano previste dopo il lancio al BHV di Parigi, che ha accolto oltre 50.000 visitatori nei primi cinque giorni. Tuttavia, la decisione di ospitare Shein nelle ex Galeries Lafayette è stata ampiamente criticata per questioni ambientali e sociali legate al modello di business dell’azienda cinese.
Controversie sull’ultra fast-fashion
Il marchio Shein è al centro di numerose polemiche per il suo impatto ambientale e le condizioni di lavoro nella sua catena di approvvigionamento. Il modello dell’ultra fast-fashion, che produce abiti a ritmi ancora più sostenuti della fast-fashion tradizionale, è accusato di contribuire massicciamente all’inquinamento e allo spreco di risorse.
Nonostante le critiche, Shein continua ad attrarre una clientela sensibile soprattutto al prezzo, in un contesto di potere d’acquisto sotto pressione. L’azienda cinese ha costruito il suo successo su prezzi molto bassi e un rinnovamento costante delle collezioni.

Editoriale di Rachel – Shein, o il lusso accessibile che sa di rimorso
Ah, Shein: il paradiso degli acquisti compulsivi dove un vestito costa meno di un caffè al bar, e la coscienza ambientale va in vacanza permanente. Ora scopriamo che le aperture tanto attese nelle ex Galeries Lafayette di cinque città francesi sono state rinviate “di qualche giorno o qualche settimana”. Il patron del BHV, Frédéric Merlin, ci spiega che bisogna “adattare l’offerta e la politica dei prezzi” – traduzione: hanno capito che vendere magliette a 3 euro in templi che un tempo ospitavano Chanel e Dior forse richiede qualche rifinitura strategica.
Dall’altra parte della barricata commerciale, c’è chi si strappa le vesti (probabilmente non quelle di Shein, troppo fragili per uno strappo decente) per l’impatto ambientale dell’ultra fast-fashion. Il modello cinese: produci all’infinito, vendi a prezzi ridicoli, e lascia che il pianeta paghi il conto. Ma eccoci qui, con oltre 50.000 visitatori al BHV di Parigi nei primi cinque giorni, pronti a perdonare qualsiasi peccato ecologico pur di risparmiare sul guardaroba. “Guardo prima il mio potere d’acquisto”, confessano i clienti – e chi può biasimarli? In un’epoca dove l’inflazione morde e i salari arrancano, l’etica sostenibile diventa un lusso che non tutti possono permettersi. Ironia della sorte: mentre la Francia tassa i fast food per proteggere la salute pubblica, spalanca le porte all’ultra fast-fashion che inquina fiumi e sfrutta lavoratori. Forse dovremmo chiederci: qual è il vero costo di una t-shirt a 2,99 euro?
Chiusura
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