Dacia Maraini a Nizza – Riassunto dei due interventi, audio originale e trascrizione integrale dell’evento

Di Marco Hugo-Barsotti
10 Mag 2024

Martedì 7 Maggio 2024 si è tenuto a Nizza il “Colloquio con la scrittrice Dacia Maraini”. Organizzato in collaborazione con il Consolato Italiano a Nizza, l’evento ha visto una sala gremita di studenti e adulti, Francesi e Italiani. La conferenza era incentrata sui due ultimi libri dell’autrice, “Vita Mia” e “Caro Pier Paolo”.

Su questa pagina vi proponiamo sia l’ascolto integrale della conferenza, poco più sotto, che una sintesi dell’evento.

 

Oltre ad alcune immagini dell’evento che resterà nella memoria dei molti presenti.

Vita Mia

La prima parte della conferenza è stata dedicata al libro Vita Mia.

Dacia Maraini ha raccontato in modo toccante la sua traumatica esperienza da bambina in un campo di concentramento giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. I suoi genitori si erano coraggiosamente rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò e per questo motivo furono considerati traditori e internati. “Noi siamo diventati traditori e ci hanno messo sul carro, ci hanno portato nel campo di Giappone”, ha ricordato.

Ha descritto con cruda lucidità le terribili condizioni di vita nel campo, la fame estrema e i soprusi subiti dai carcerieri giapponesi. Un episodio particolarmente significativo fu quando suo padre, per provare ad ottenere più cibo, compì un gesto estremo tagliandosi un dito secondo un antico rituale samurai. “Mio padre ha preso un’accetta, si è tagliato un dito e l’ha gettato addosso a questo Kazuya che era il capo poliziotto”, ha raccontato con vividezza.

Al ritorno in Italia dopo la guerra, le loro condizioni fisiche mascherate da un periodo di cure non facevano credere alle persone le atrocità che avevano realmente subito nei campi. “Quando noi raccontavamo del campo, la gente non credeva, non ci credeva”, ha spiegato. Per Maraini fu uno shock il passaggio dalla cultura giapponese, con la sua visione della comunità sopra l’individuo, a quella siciliana, con i suoi eccessi di individualismo, un vero “calendario scoglio di identità” per lei.

Secondo Maraini però l’identità non è monolitica, ma può convivere armonicamente con identità plurime. “Ho imparato che le varie identità possono convivere, purché si crei un buon rapporto, questo è il punto, l’armonia”, ha affermato. Ha sottolineato l’importanza della memoria come forma di resistenza contro la “cultura del consumo” che tende pericolosamente a scoraggiare i ricordi. “Lavorare sulla memoria, praticare la memoria, è un modo di fare resistenza contro la cultura del consumo”. A suo avviso, tale mentalità finisce per investire in modo deleterio anche i sentimenti umani. “L’idea del consumo è arrivata ai sentimenti umani, che si pensa che le persone si buttano via come un ombrello”.

Un altro tema significativo toccato è il suo difficile rapporto con la timidezza fin dall’infanzia, che riuscì a superare grazie all’esperienza fondante del teatro. “Questa timidezza l’ho superata con il teatro…ho imparato a fare il dibattito col pubblico”, ha ricordato. Ha parlato inoltre del suo speciale rapporto con la morte, appreso nella cultura giapponese, dove i morti non sono visti come la fine ma un passaggio. “Nella cultura giapponese i morti sono una presenza…non sono fantasmi che fanno paura”.

Al ritorno in Sicilia dopo gli anni dell’internamento, Maraini trovò la mafia radicata e completamente integrata nella società, al punto che non se ne parlava apertamente. “Quando noi siamo arrivati in Sicilia, la mafia era sconosciuta. Non se ne parlava assolutamente”. Solo dopo il 1970, quando la mafia allargò i suoi orizzonti al traffico di droga, ci fu un’opposizione da parte dei magistrati con il celebre maxiprocesso. “Lì è nato il primo grande processo, il maxiprocesso, voluto da Falcone e Borsellino”, ha spiegato. Sebbene la piaga mafiosa persista tutt’oggi, c’è stata una grande trasformazione rispetto al passato e ora, secondo Maraini, la mafia assomiglia più a criminalità organizzata che a uno “stato nello stato” come un tempo. “Non succede più che la mafia diventi sindaco di una città. Questo è vero perché è importante”,

Caro Pier Paolo

Nella seconda parte si è parlato del libro dedicato a Pasolini.

La conferenza si propone di tracciare un ritratto intimo e inedito di Pierpaolo Pasolini, allontanandosi dall’immagine pubblica di uomo duro e aggressivo che gli era stata a lungo attribuita. L’autrice spiega come il libro “Caro Pierpaolo” sia nato da un sogno in cui Pasolini le chiedeva di raccontare un suo film: “Questo era bellissimo, per cui io stavo cercando di convincere i suoi tecnici che lui era vivo, in quel momento è sfumato tutto”. Emerge così il Pasolini privato, fatto di affetti, amicizie e una delicatezza d’animo in contrasto con la sua fama di “nemico pubblico”.

Un aspetto cruciale affrontato nella conferenza è il mistero irrisolto della morte di Pasolini. L’autrice illustra i dubbi sulla confessione del presunto assassino, Pelosi, e la convinzione che ci fosse qualcosa di non chiarito dietro quell’omicidio: “Noi, amici, abbiamo visto queste fotografie e abbiamo capito subito che non era stato lui a uccidere. Perché? Perché Pelosi, appunto a 10 minuti dalla morte, questo è importante ricordare, è stato fotografato e sul suo corpo non c’era neanche una goccia di sangue”. Pasolini era stato infatti costantemente perseguitato e diffamato dai media che lo dipingevano come “pornografo di sinistra”, quando in realtà era un intellettuale anarchico e cristiano-socialista.

Il libro racconta anche i viaggi di Pasolini in Africa, alla ricerca di una purezza del popolo che purtroppo lo deluse, spingendolo poi a mitizzare l’Africa nera. Vengono riportati episodi che mostrano la sua grande sensibilità e gentilezza d’animo, come quando l’autrice ricorda: “Pierpaolo ha detto ‘No, lasciatela bere, perché per lei è come un cammello’. L’acqua la risparmiava da parte, le pensava a quattro tempi”. Pasolini dimostrava così una delicatezza inaspettata, in contrasto con l’immagine pubblica.

Un altro tema centrale è il rapporto di Pasolini con l’amico Alberto Moravia, basato sullo scambio tra due sensibilità diverse ma complementari: “Allora, Moravia era un uomo che credeva nella ragione, cioè credeva nella ragione come strumento di conoscenza del mondo. Pierpaolo non credeva nella ragione, non che non usasse la ragione, era un uomo razionale, ma credeva che la ragione non fosse essenziale nella conoscenza del mondo. Per lui la conoscenza passava attraverso i segni”. Nonostante le divergenze, i due intellettuali nutrivano grande stima reciproca.

L’autrice si sofferma inoltre sull’importanza della cultura provenzale medievale, che ha introdotto l’idea dell’amore platonico, anticipando la parità tra uomo e donna. Ritiene che il rapporto tra Pasolini e Casarsa possa essere interpretato in questa chiave: “Io ho capito in quella occasione che esiste l’amore platonico. Io pensavo che l’amore dovesse essere per forza legato al sesso, invece no, e ho capito questa cosa da Pasolini, perché lui era veramente innamorato della Casarsa, però non era un rapporto sessuale, era un rapporto platonico”.

Infine, l’autrice immagina come Pasolini avrebbe reagito di fronte alla società odierna, di cui avrebbe probabilmente denunciato con forza “la perdita di valori autentici, l’omologazione culturale e la disumanizzazione in atto”. Sarebbe stato “una voce fuori dal coro, come sempre, davanti al declino morale e culturale del nostro tempo”. L’autrice ritiene che Pasolini sarebbe rimasto “profondamente deluso e sconcertato” dalla deriva della società contemporanea, vedendovi la realizzazione di quel processo di “mutazione antropologica” che tanto lo preoccupava.

La conferenza restituisce così un ritratto sfaccettato e intimo di Pasolini, lontano dagli stereotipi, e ne esalta la lucidità profetica e la sensibilità umana, troppo spesso oscurate dalla sua immagine pubblica. Come dice l’autrice, il libro “Caro Pierpaolo” nasce dal desiderio di raccontare “il Pasolini privato, cioè del mondo dell’amicizia, degli affetti, in cui lui era tutt’altro da quello per cui era conosciuto”.

Un altro episodio riportato dalla conferenza riguarda la ricerca del fumo per il film sull’Orestiade africana che Pasolini voleva realizzare: “Allora mi ricordo ancora questa cosa quasi comica, quindi vedevamo un fumo da lontano, correvamo con la lettiga, a vedere il fumo poi dicevamo ‘No, è troppo bianco’”. Questo aneddoto è emblematico del rapporto di Pasolini con il mito e la natura.

L’autrice sottolinea anche l’importanza dell’amicizia tra Pasolini e Moravia, nonostante le loro diverse sensibilità: “A volte la gente dice, ‘Ma come piacevano questi amici con persone così diverse?’ […] Però c’era una grande amicizia e una grande stima e quindi non hanno mai… Discutevano, ma non hanno mai veramente, non so, rotto oppure insultato”. Questo scambio arricchiva entrambi.

Emergono così gli aspetti meno noti di Pasolini, come la sua gentilezza d’animo e il suo idealismo, in contrasto con l’immagine pubblica di uomo duro e aggressivo. L’autrice conclude immaginando Pasolini come una “voce fuori dal coro” che avrebbe denunciato con forza il declino morale e culturale della società contemporanea.

Segue la trascrizione completa dell’evento.

Introduzione – Ringraziamenti Console Emilio Lolli

Cher pubblic, Chers étudiantes et étudiants, per me è un onore essere qui con voi, con un grande pubblico.

Penso che oggi abbiamo l’opportunità di ascoltare Madame Maraini, di parlare di queste operre, ma anche di trasmettere un patrimonio di valore, di idee, che è veramente molto importante.

Penso che la trasmissione alla nuova generazione di valori che sono alla base della costituzione europea e della costituzione repubblicana di molti paesi, questa trasmissione alla nuova generazione sia molto importante.

È per questo motivo che ho voluto organizzare questa manifestazione – ovviamente in collaborazione con tutti gli altri enti presenti –  vi ringrazio per questa collaborazione molto importante e forte.

Dacia Maraini Prima Parte – Vita Mia

Domanda: Questo libro…perchè oggi?

Dacia Maraini:

Innanzitutto ringrazio i ragazzi che hanno parlato della guerra.
Spero che quello che loro hanno detto lo pensino e che non sia soltanto una voce.
Questo libro è un libro su un’esperienza molto dolorosa che vi ho fatto nel campo di concentramento giapponese.
Per spiegare a chi non lo sapesse, nel ’43, 1943, l’Italia era divisa in due.
Parlo lentamente per chi non è molto familiare con l’italiano.
L’Italia del Sud era già liberata dagli allerti.
L’Italia del Nord era sotto i nazifascisti e si chiamava la Repubblica di Salò.
Salò era una piccola città del Nord che era la capitale di questa, diciamo, Italia di fascismo.
Allora mio padre è appena laureato, giovanissimo, ventenne, è laureato in antropologia.
Aveva vinto una borsa di studio internazionale per andare in Giappone a studiare una popolazione del Nord del Giappone che si chiamava Aino, cacciatore di ossi.
La prima parte della nostra vita in Giappone è stata molto felice.
Eravamo poveri, vivevamo nella borsa di studio, però c’era una completa integrazione nel mondo giapponese.
Noi non eravamo turisti, eravamo persone che studiavamo.
Io ero bambina, ma diciamo che la nostra famiglia era completamente integrata.
Quindi mangiavamo giapponese, vestivamo giapponese, parlavo, io parlavo il dialetto di Kyoto.
Quindi io mi sentivo una bambina giapponese.
Poi nel ’43 il Giappone ha fatto un pacto con l’Italia fascista e con la Germania nazista.
Quindi tutti gli italiani che si trovavano in Giappone dovevano firmare una adesione alla Repubblica di Sarò.
A mio padre e a mia madre separatamente è stato chiesto se loro firmarono.
E devo dire che con molto coraggio mio padre e mia madre, che non erano politicizzati ma odiavano il razzismo, hanno dichiarato di non firmare l’adesione alla Repubblica di Sarò.
E quindi noi siamo diventati traditori e ci hanno messo sul camion, ci hanno portato in campo di concentrtamento

Il libro l’ho cominciato molti anni fa, ma diciamo che l’ho lasciato.

L’ho cominciato e l’ho lasciato.
L’ho cominciato e l’ho lasciato perché mi faceva fatica.
Poi però, proprio in questi anni, ho cominciato due anni fa, siccome tira un’aria di guerra, c’è il pericolo di una guerra, voi tutti sapete in questo momento, e addirittura il nostro papa dice che siamo già nella guerra, in una guerra diffusa.
Allora mi sono imposta di finire questo libro.
E così l’ho terminato, perché mi sembrava una testimonianza che avesse un valore in un momento di laficita, perché tutti parlano della guerra, ma una testimonianza di chi l’ha vissuta da bambina, credo che abbia la sua importanza proprio come testimonianza.
Così nasce il libro.
Devo aggiungere che mentre lo scrivevo ho ricordato delle memorie che avevo cancellato.
E dico che Freud aveva ragione quando diceva che bisogna parlare degli nostri dolori, delle nostre esperienze negative, e non soltanto tenerle chiuse dentro di sé.
Ecco, questo è quello che mi è venuto in mente.
Il libro sta andando molto bene, soprattutto nelle scuole, perché evidentemente si studia poco, sto parlando dell’Italia, però almeno che si studia poco dell’ultima guerra, poi del Giappone nessuno sa niente, quando io dico che sono stata in un campo di concentramento giapponese, mi guardano con gli occhi fuori dalle orbite, e mi chiedono “Ma perché?
Cosa vuol dire?”
E’ un campo piccolo, però non di sterminio, ma è un campo.

Domanda: Ecco, dopo aver sentito questa testimonianza, c”e  un messaggio che tu potresti far passare, o hai un messaggio per le nuove generazioni?

Dacia Maraini:
Io penso che non c’è un messaggio, ma la contaminazione delle idee.

Io penso che l’educazione è un fatto di contaminazione, è come un virus, un virus positivo che si passa attraverso la passione, attraverso la malattia, ma l’attenzione è veramente ideale.
Questa è la mia idea.
E credo che chi ha una passione che coinvolge la sua vita, riesce a comunicare attraverso la passione, quindi contagio, contaminazione.
Educazione con contaminazione.
Perciò questo, perlomeno io penso che, ma andando molto nelle scuole, vedo che funziona quando c’è una partecipazione emotiva anche di quello di cui stiamo parlando.
Questa è la mia esperienza.

Domanda: Vorrei tornare giustamente a questa emozione.
Lei ha avuto una famiglia, ha parlato di genitori libri, quindi già lei è stata impostata già dall’infanzia come una cultura che l’ha determinata, che l’ha marcata, anche se ho detto che da qualche parte all’inizio lei era così timida da preferire scrivere, rispetto a parlare.

Dacia Maraini:

È vero, è vero.
Sono stata una bambina timidissima, che non riuscivo a entrare in un cinema con le luci accese, non riuscivo a entrare in un negozio perché mi vergognavo, non riuscivo a parlare, ero quasi mutta, perché mi vergognavo a parlare.
Questa timidezza l’ho superata con il teatro, perché negli anni Sessanta facevo un teatro a Roma, teatro di cantina, teatro povero, perché non avevamo soldi.
Lì dopo il teatro, come si usava negli anni dopo il Sessantotto, si unava il dipartito col pubblico, e quindi gli autori mi prendevano da una parte e dall’altra, mi portavano sulla scena e costretta a fare il dipartito.
Io morivo, volevo morire, però ho imparato lì, ho imparato per forza, perché dovevo parlare col pubblico e così ho imparato a fare il dipartito.
Questo è stato forse la cosa, il teatro in questo senso, noi facciamo un teatro di adorato col pubblico, e credo che questa sia stata una grande esperienza per me.

Quando ero in Giappone, ero andata a scuola.
Ero come una  giapponese, e tutta la filosofia della vita, le canzoni, le pavole, per me erano giapponese.
E vorrei dire una cosa che per me è stata importante, è il rapporto con la morte, anzi con i morti, perché nella cultura giapponese i morti sono una presenza.

Noi pensiamo che la morte finisce tutto, e va beh, il paradiso, l’inferno, ma insomma pochi ci credono.
Nella cultura giapponese i morti, cioè è una cultura in cui si crede nelle persone, cioè una persona non muore, si trasforma, quindi la morte è un passaggio, non è la fine.

Questo per me è stato molto importante, perché sono appunto i primi anni della mia vita, il teatro giapponese, per esempio, il teatro è un teatro in cui i vivi parlano con i morti, è tutto fatto di dialoghi tra i vivi e i morti, e i morti non sono fantasmi che fanno paura, sono delle presenze sagge che aiutano i divi a migliorare il proprio rapporto con la vita.
Questo per me è stato molto importante, tant’è vero che spesso nei miei libri, soprattutto nel teatro, io ho usato la presenza dei morti come presenze positive, come presenze che aiutano i vivi.
Questo è stato per me forse una delle cose più belle che mi sono rimaste nella cultura giapponese.
E poi c’è altre cose, la musica, le favole, eccetera, però questo rapporto con i morti…

Domanda: Ecco, perché il rapporto con i morti è così importante?

Dacia Maraini:
Non per i morti, non sappiamo niente di loro, ma per i divi.
Perché il rapporto con i morti è il nostro rapporto con la memoria, per questo è importante.
Io credo che è molto importante avere rapporti con i morti, perché i morti sono la memoria.
Ora, la cultura del consumo in cui noi stiamo vivendo tende a scoraggiare la memoria perché un buon compratore non deve avere memoria, perché la memoria porta consapevolezza, responsabilità.
Quindi io penso che oggi lavorare sulla memoria, praticare la memoria, è un modo di fare resistenza contro la cultura del consumo.
E vado ancora più avanti.
Perché è così pericolosa la cultura del consumo?
Perché il consumo, se noi parliamo soltanto di oggetti, va bene, si consumano le scarpe, si consumano i vestiti, si consumano i cibi, ma il problema è che la mentalità del consumo passa alle idee, passa alle appartenenze, passa ai sentimenti.
E sappiamo che oggi, spesso, l’idea del consumo è arrivata ai sentimenti umani, che si pensa che le persone si buttano…si pensa che le persone si buttano via come si butta via un ombrello, come si butta via un paio di scarpe, come si butta via un sentimento, un’amicizia, un amore.
Questa è, secondo me, la conseguenza pericolosissima della società del consumo.

Perché la memoria diventa una forma di resistenza.

Domanda: Vorrei fare una domanda anche sulle origini italiane, la cultura giapponese, e in te Dacia si incontra, poi le tue origini, il tuo amore per la Sicilia, ci sono sicuramente delle comunazioni, ma anche delle grandi differenze, questa coetaminazione di culture.

Dacia Maraini:

Io credo che l’identità non è monolimica.
Perché oggi il grandissimo problema etico è il problema dell’identità.
Noi abbiamo paura di perdere l’identità confrontandoci, mettendoci in contatto con altre popolazioni, con altre culture, con altre religioni.
Ma appunto, io sulla mia pelle ho imparato che le identità possono essere plurime.
Quindi io ho un po’ di cultura giapponese, molta cultura siciliana, perché mia madre è siciliana, e anche cultura fiorentina, perché mio padre è fiorentino.
Poi parliamo dei nonni, perché ho una nonna inglese, una nonna giapponese, e ho dei nonni, perché ho una nonna inglese, una nonna cilena, un nonno francese e un nonno siciliano.

(applausi)

Ecco, ho imparato che le varie identità possono convivere, purché si crei un buon rapporto, questo è il punto, l’armonia.
L’armonia, secondo me, è alla base dell’etica.
L’etica è armonia, altrimenti si entra in uno stato di crisi.
E purtroppo, oggi, c’è la crisi degli scontri di identità, che non riescono a convivere.
Mentre se non impariamo a convivere le identità diverse, andiamo di sa dove, perché la realtà è fatta di questo.
Il movimento dei popoli non si può fermare.
È una realtà con cui dobbiamo fare conti.
Non possiamo negarla.
Secondo me chi la nega è il perdente, no?
Quindi l’unica cosa è affrontare l’identità e creare un’armonia tra queste diverse identità.
Questa è la mia idea.
Però non è facile, non è facile, perché la paura di perdere l’identità, e in identità parlo religione, filosofia, vita, abitudini, abitudini sociali, economiche, culturali, eccetera, è fortissima.
Di fronte a questo grande movimento dei popoli oggi, ci sono delle maure, secondo me, viscerali che contano.
Forse questo andare verso la conservazione, questo rifiuto dei cambiamenti nasce proprio da questa paura.
Io penso che sia così.

Domanda: Io vorrei fare una domanda soprattutto quando lei stava in questo campo da bambina, queste identità varie, giapponesi, sto dicendo un po’ su giapponesi, perché c’erano delle differenze, italiani, poi magari i fascisti in Italia, com’è riuscire a superare o a capire queste differenze?

Dacia Maraini:

Beh, il campo era il campo nazifascista, quindi ho imparato subito che il nazifascismo era il nemico.
Questo per me è stato chiarissimo, perché loro volevano la nostra morte.
Io ricordo che, come ho detto, non era di sterminio, non c’erano le camere a gatto, però loro ci tenevano ai limiti della sopravvivenza, tra la vita e la morte, attraverso il fame. 20 grammi di riso al giorno, senza niente altro, è portato alle malattie, ai parassiti, alle malattie e alla indigenza.
Questo era il loro…
Quando la mattina ci contavano, dicevano “Appena vinciamo la guerra, vi tagliamo la gola”.
Ora, per una bambina di sei anni, pensare…
Noi non sapevamo come andava la guerra, non sapevamo niente.
Pensare che tutta la famiglia sarebbe morta con la gola tagliata, capite che è un trauma, è una cosa terribile.
Io vivevo nel terrore.
Ogni sera dicevo “Siamo ancora vivi”.
Questo ha avuto per me una importanza enorme, un trauma, non so come chiamarlo, un’esperienza terribile.
Ancora qualche cosa, la notte mi sveglio con la paura, con il terrore.
E questi poliziotti, questi guardie, erano sadiche.
Soprattutto sadiche.
E loro provavano il piacere a vederci soffrire.
Per esempio, loro si mettevano sul balcone a mangiare e ridevano guardando come noi stavamo sotto e ogni tanto gettavano una buccia di pesce per vedere come noi bambini ci rovinavam o a prendere quello che loro gettavano.
E poi, non so, per esempio, arrivavano delle lettere dall’Italia, che per noi erano importantissime, perché erano due anni che non sapevamo niente.
Mio padre aveva la madre malata e aspettava notizie.
Arrivavano queste lettere, loro le mettevano sul balcone del dottore  e rimanevano là.
Noi guardavamo queste lettere e aspettavamo disperatamente di leggerle.
Poi ci chiamavano, prendevano le lettere, le strappavano davanti ai nostri occhi e le gettavano via.

Non c’era nessuna ragione per non farci leggere le lettere dall’Italia, sapere notizie dalla famiglia.
E poi tanti altri sadismi che loro praticavano.
Però devo dire che io ho imparato invece ad avere un ottimo rapporto con la popolazione giapponese e io ancora oggi ho un buon rapporto con il popolo giapponese.
Adesso in giugno vado in Giappone, ho molti amici in Giappone, perché stando nel campo abbiamo scoperto che la popolazione fuori dal campo era invece, dalla parte nostra, erano molto gentili, ci proteggevano, se potevano di nascosto ci regalavano una patata oppure un po’ di riso.
E questo mi ha fatto capire che la popolazione non era un antifascista, aveva un’altra mentalità e questo è stato importante.

E racconto l’ultima cosa che è stata molto curiosa, perché è un po’ un paradosso.
Quando, dunque, una mattina noi ci siamo alzati e i poliziotti non c’erano, sono spariti.
E siccome era una cosa straordinaria, era un molto stupito, non sapevamo niente.
Abbiamo mandato uno dei giovani del campo, dai contadini, perché lì c’erano i contadini vicino al campo, a chiedere cosa era successo.
Poi l’abbiamo visto tornare verso il campo, saltando come un canguro, dicendo “la guerra è finita, la guerra è finita”.
Ci siamo affranciati tutti, eravamo felici.
Vabbè, nel pomeriggio abbiamo visto una folla di contadini che venivano verso il campo.
E noi eravamo un po’ perplessi, no?
Avevamo anche un po’ di paura.
E abbiamo detto “a cosa vogliono questi qua?”
E invece, e questo è il paradossale, si era avvicinato un contadino e ha detto “scusate, noi siamo qua perché abbiamo sentito il discorso dell’imperatore che ha parlato in antico giapponese e noi non abbiamo capito niente”.
Allora loro venivano, questo è il paradossale, cioè i giapponesi venivano dai prigionieri italiani, che erano tutti studiosi, perché erano tutti intellettuali e studiosi, dell’antico giapponese.
Per sapere cosa aveva detto l’imperatore giapponese.
E loro, che avevano appunto studiato il giapponese, mio padre tra di lui, ha detto “l’imperatore ha detto che c’è stata la resa, però era in antico giapponese”.
E qui ho trovato questa una cosa bellissima ma anche curiosa, perché i contadini venivano dagli italiani prigionieri per sapere cosa aveva detto l’imperatore.
E l’imperatore, giustamente, l’imperatore è rimasto amato dai giapponesi perché aveva voluto la fine della guerra.
E mentre i militari volevano continuare la guerra, volevano continuare, invece lui ha detto “no, basta, il popolo ha sofferto abbastanza, facciamo la pace, la resa”.
Però per molti militari la resa era una cosa vergognosa, quindi bisognava morire su tutti, però senza arrendersi, questa era un po’ l’idea militare.
E io credo che l’imperatore è rimasto nel cuore del popolo giapponese perché ha accettato la resa, perché ha capito che era più importante in quel momento salvare la vita dei cittadini piuttosto che arrivare al massacro finale.
Questa è stata un’esperienza molto importante per me.

Però ecco, la fame è stata l’esperienza più terribile che io abbia sofferto.
E so, cosa vuol dire, morire di fame.
Perché noi conosciamo l’appetito, ma la fame forse no.
Noi, per fortuna, noi europei non conosciamo la fame.

Domanda: Non era questo titolo che aveva voglia di dare il suo romanzo?

Dacia Maraini: Si. Volevo chiamarlo “Fame”.
Però l’editore mi ha detto “Ci sono tanti libri che si chiamano ‘Fame’, non è possibile”.
E voi sapete che l’editore ha diritto su tutto.
Non so, adesso lo so, gli editori francesi non lo so.
Ma gli editori italiani non possono cambiare nulla di un libro, ma hanno il diritto di cambiare il titolo.
E credo anche all’estero, perché alcuni miei libri tradotti all’estero sono cambiati completamente il titolo.

Altri titoli tradiscono.
Comunque, in questo caso, io volevo chiamarlo “Fame”, e ancora penso che sarebbe stato il titolo più adatto, e invece è stato chiamato “Vita Mia”.
Però non la “mia vita”, questa è  un’invocazione, non è descrittivo.

[Applauso]

Domanda: Allora, ci può parlare del suo ritorno da Giappone, dalla Sardegna?

Dacia MarainiL Beh, il ritorno dal Giappone, intanto, ecco, devo dire una cosa, prima di trovare una nave che tornava in Italia, ci è voluto quasi un anno, cioè noi siamo rimasti un anno a Tokyo, tra l’altro ospiti degli alleati di un bellissimo albergo che si chiama “L’Imperial Hotel”, che tra l’altro è stato da un grande architetto inglese che si chiamava Wright.
Quindi, ed era curiosamente, Tokyo era totalmente rasa al suolo, solo quest’albergo era rimasto, perché era un albergo, diciamo, occidentale, molto liberty, molto bello, ed era rimasto in piedi.
Noi eravamo ospiti là, ecco.

E questo è un po’ curioso, perché durante l’attesa della nave, questo anno passato a Tokyo, naturalmente noi siamo stati molto curati, vestiti, nutriti, per cui stavamo da tanta pelle.
E ricordo che quando siamo tornati in Italia, ci hanno detto “Beh, però non stavate così male nel campo di concentramento”.

Questo lo racconta anche Primo Levi, perché molti prigionieri, prima di rientrare in Italia, avevano dei periodi di… cioè non tornavano subito, non era facile tornare.
Quando tornavano erano già stati nutriti, già stati in qualche modo curati, no?
Quindi non apparivano i segni del campo.
Noi eravamo ingrassati, apparentemente.
Avevamo mangiato per un anno intero, eravamo curati.
E quindi le cose che ci dicevano…

Quando noi raccontavamo del campo, la gente non credeva, non ci credeva.

È quello che è successo anche a molti superstiti dei campi di sterminio nazista, no?

La Sicilia è la più lontana possibile da Giappone
Sono due mondi, due mentalità molto lontane.
Il Giappone, per esempio, ha una struttura della comunità che è molto importante.
Cioè la comunità conta più dell’individuo.
Questo è il Giappone.
Invece in Sicilia è esattamente il contrario.
L’individuo conta più della comunità.

E questo porta naturalmente dei pregi, dei difetti.
Il difetto può essere che la personalità penso è un po’ cancellata, un po’ distrutta, un po’ schiacciata dagli interessi della comunità in Giappone.
Il contrario in Sicilia, dove l’interesse della comunità viene completamente schiacciata dagli interessi personale, privato, di individuo.
Lì io ho sentito questo passaggio, l’ho sentito con molta forza.

Poi, ecco, quando noi siamo tornati in Italia, per esempio, non si parlava della mafia.
La mafia era anonima.
Questa è la cosa incredibile.
Cioè, secondo me, si è cominciato a combattere la mafia nel momento in cui si è riconosciuta l’esistenza della mafia.

Ma quando noi siamo arrivati in Sicilia, la mafia era sconosciuta.
Cioè, c’era naturalmente.
Ma non se ne parlava.
Assolutamente non se ne parlava.

Questa era la forza della mafia, che era completamente introdotta nella società.
Infatti c’è stato un sindaco di Palermo che era proprio mafioso.
Oggi sarebbe impossibile.
Ma lui era mafioso.
Ciancimino, il sindaco mafioso.
Però ha fatto dei danni terribili a Palermo.
Ha distrutto gli interi quartieri.
Ma nessuno diceva nulla perché era completamente integratao nella società siciliana.

Poi nel 1970, quando a un certo punto la mafia è passata dai mercati alla droga e cambiava tutto.
Quello è stato il momento in cui la mafia si è internazionalizzata con la droga.
Ha cominciato a estendersi in tutto il mondo.

E lì c’è stata anche una opposizione da parte dei magistrati, che prima si tollerava la vicenda.
Lì è nato il primo grande processo, il maxiprocesso, voluto da Falcone e Borsellino, che voi sapete come sono stati trucidati.
Perché hanno avuto l’idea che questo veniva dai primi pentiti, perché prima i pentiti non c’erano.
La mafia non aveva pentiti.

Dopo   c’è stato invece… come si chiama?
Buscetta.
Buscetta invece è stato intelligente perché ha contrattato, però ha detto la verità anche lui.
Quindi ha raccontato la struttura militare della mafia e lì è nata l’idea del maxiprocesso.
Non soltanto personaggio criminale ma tutta una struttura che era introdotta nei gangli della società e lì è stata la prima grande, vera sconfitta della mafia.
E poi poi tante altre cose.
La mafia c’è ancora ma non si identifica col governo o con lo Stato.
Non succede più che diventi sindaco di una città.
Questo è vero perché è importante.

 

Scusa se mi sono dilungata sulla mafia ma è importante perché quando noi siamo tornati da Giappone non si parlava di una mafia.

(Pausa)

 

Dacia Maraini Seconda Parte – Pasolini

Domanda: Parliano di Pasolini

Dacia Maraini:

Pasolini era considerato durante la sua vita quasi come un nemico pubblico, perché lui diceva sempre la verità.

Era un uomo molto sincero e lui per esempio non ha mai nascosto la sua omosessualità.

Apro una parentesi che è importante.

Negli anni ’50 l’omosessualità in Italia era considerata una perversione oppure una colpa.

Ricordiamoci il caso Traibanti, in cui due uomini adulti che si amavano, uno è andato a finire in manicomio e l’altro ha avuto quattro anni.

Allora c’era la legge in cui si pensava che l’omosessualità era una costrizione verso qualcun altro.

Pasolini dichiarava la sua omosessualità, che poi andava d’accordo anche con lo spirito rivoluzionario, anche se lui era più anarchico che comunista, però questo suo atteggiamento contro il potere era molto mal visto.

Lui era veramente nemico pubblico e la gente lo considerava tale, perché i giornali erano tutti contro di lui.

Ha avuto 84 su quasi 90 denunce, è stato sempre assolto, ma doveva partecipare a pagare gli avvocati, partecipare a un processo, eccetera.

Io l’ho conosciuto, che era già 50enne, non era la prima parte della sua vita, però lui mi ha raccontato altre parti della sua vita, e ho capito che c’era questa dolcezza non voluta da lui, ma dai fatti, per cui lui come persona era una persona dolcissima, era una persona mite, era una persona di animo molto gentile, che era esattamente il contrario di quello che appariva in pubblico.

E allora io con questo libro ho voluto raccontare il Pasolini privato, cioè del mondo dell’amicizia, degli affetti, in cui lui era tutt’altro da quello per cui era conosciuto.

Per cui il libro è nato da questa idea di racconto, cioè questo libro comincia con un sogno, perché ho sognato che lui veniva e diceva “devo fare un film, e te lo voglio raccontare”.

Noi abbiamo collaborato per un film, “Fiore delle mille e una notte”, quindi insomma c’era una certa confidenza.

E io ascoltavo quello che stava per dirmi Pasolini, quando ho sentito delle voci alle mie spalle, mi sono voltata e ho visto i suoi tecnici, che erano sempre gli stessi, e che mi dicevano “ma Dacia è morto, non può fare il cinema, perché è morto”.

E allora io ero molto imbarazzata, perché per me era vivo in quel momento.

Ma la cosa curiosa è che lui diceva “sì, io sono stato morto, ma adesso sono tornato in vita e voglio fare il cinema”.

Questo era bellissimo, per cui io stavo cercando di convincere i suoi tecnici che lui era vivo, in quel momento è sfumato tutto.

I sogni sono così, no?

Però questo sogno mi ha fatto capire che forse lui voleva essere raccontato in qualche modo, e quindi il libro è fatto di lettere, lettere a una persona morta che non c’è più.

Però sono vive e piene di ricordi che abbiamo vissuto insieme, e cerco di ricordare insieme a lui.

Questo è un po’ l’atteggiamento di questo libro.

E devo dire che appunto viene fuori Pasolini, che è tutto il contrario di quello per cui era conosciuto, come un uomo violento, un uomo duro, un uomo aggressivo, ma quelli erano gli aspetti della sua risposta alle aggressioni.

Lui non era così, lui non era così, era una persona, come ho detto, mite e gentile d’animo, ma questo aspetto non veniva messo in considerazione.

Però ecco, forse la morte, terribile, di cui ancora non sappiamo chi è, ricordo questo, dopo tanti anni della sua morte, noi non sappiamo chi l’ha ucciso e perché l’ha ucciso.

È importantissimo, perché il giovane che ha dichiarato di averlo ucciso, Pelosi, appena lui l’ha ucciso, cioè lui ha detto, appena lui si è allontanato dall’uomo della morte di Pasolini, con l’automobile di Pasolini, ha imboccato una strada a senso vietato.

La polizia l’ha fermato e immediatamente gli hanno chiesto di chi era questa macchina e lui ha dovuto dire che non era la sua.

Hanno scoperto che era la macchina di Pasolini e gli hanno fatto delle fotografie, come l’ha, non sapevano che era morto, come l’ha.

Noi, amici, abbiamo visto queste fotografie e abbiamo capito subito che non era stato lui a uccidere.

Perché?

Perché Pelosi, appunto a 10 minuti dalla morte, questo è importante ricordare, è stato fotografato e sul suo corpo non c’era neanche una goccia di sangue.

Ora, Pasolini è stato massacrato a colpi di bastone, ricordiamoci, non è stato sparato con una pistola, è stato ucciso a bastonate, va bene?

E lui aveva il cranio spaccato, aveva un orecchio staccato, era coperto di sangue.

Per cui, bastava ragionare un momento, non poteva essere stato quel ragazzo, perché lui non portava nessuna traccia, ma nemmeno una goccia di sangue.

E allora noi abbiamo subito detto, amici suoi, non è stato lui, c’è dietro qualcosa che non torna.

E lui però ha detto “sono stato io” e siccome era il minorenne, e poi quando c’è un reo confesso si chiude il caso.

Il caso è stato chiuso, non è mai più stato aperto, nonostante le richieste.

Io ho fatto parte di gruppi che hanno richiesto tante volte di riaprire il caso, ma non è mai stato possibile riaprire il caso.

Il Pelosi, che è morto da poco, prima di morire, ha detto “non sono stato io”.

Quindi c’è anche la confessione del presunto assassino.

Però non ha detto chi, ha detto “erano tre”, ma non ha detto chi erano.

E quindi lui evidentemente era in qualche modo complice.

O l’hanno pagato o è stato ricattato, non lo so.

Però siccome era il minorenne e si prendeva pochi anni, ha preso quattro anni, mentre se fosse stato il maggiorenne le prendeva venti.

Però ancora oggi noi non sappiamo chi ha ucciso Pasolini.

Io credo che questa volta in qualche modo l’ho cambiato rispetto allo spettacolo pubblico, e ha anche cambiato la narrazione che si è fatta sui giornali, sulle riviste.

Io ricordo ancora una famosa rivista di Polietti, in cui c’era sulla copertina “Pornografo di Sinistra”.

Capisci questo?

Lui passava per il pornografo di Sinistra, che naturalmente non era né pornografo né di Sinistra.

Come ho detto, secondo me lui era piuttosto anarchico.

Infatti, quando lui diceva all’inizio che c’era l’essere comunista, però quando parlava del suo rapporto con il mondo, lui parlava dei poveri, degli esclusi come gli ubbriachi, cioè come si parla nel Vangelo.

Non era un discorso massimalista.

Perciò, a questo io dico, era più un cristiano socialista, semmai, ma più anarchico, veramente anarchico.

Direi che era questo il suo genere.

Noi eravamo molto amici.

Un’altra cosa che è molto importante.

Lui seguiva un sogno, che era un sogno di purezza, un po’ rousseauiano.

Sapete che la cultura francese ha molto puntato sull’idea rousseauiana, che il popolo nasce puro, ingenuo, che poi viene corrotto dai valori borghesi.

Lui pensava la stessa cosa.

Lui ha identificato questa purezza prima nei contadini friulani.

Poi però ha detto che era stato deluso da questi contadini friulani, ed è andato a Roma.

A Roma lui ha identificato sempre questa purezza sognata nel sottoproletariato romano.

Infatti ha scritto due libri molto belli, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, in cui addirittura lui si immerge nel dialetto romano che non conosceva.

Io l’ho sempre sentito parlare con l’accento friulano.

Infatti ha scritto delle poesie bellissime in friulano.

La sua seconda lingua era il friulano, non era il romano.

Però era talmente innamorato del sottoproletariato romano che ha fatto anche dei film e ha fatto questi due libri.

Poi però lui è stato deluso dal proletariato romano, diceva che loro siano corrotti, e lì nasce il mito dell’Africa.

Lui dice “Allora, non trovo in Italia questa purezza popolare, la vado a cercare nell’Africa, l’Africa nera”.

E lì sono nati i “Scritti corsari in Africa”, in cui lui andava inseguendo un sogno di purezza.

Naturalmente secondo me questa purezza non esiste, perché naturalmente il male c’è dappertutto, la corruzione c’è dappertutto, però è anche bello che un uomo insegua un sogno, che è una forma di idealismo, lui era un idealista.

E allora proprio ha fatto questi viaggi molto intensi in Africa, dove noi andavamo, dove non c’era niente, non c’erano alberi, non c’erano strade, non c’era niente.

Vi racconterò un episodio.

Allora, andavamo con la Land Rover in queste piste interdibili dove a questo non c’erano.

Una volta, e lì c’era anche la Casarsa, che sapete che c’è stato un rapporto affettivo con la Casarsa, e arrivando nella Land Rover, la Land Rover si rompe.

Era sera, eravamo in mezzo alla pista, e diciamo “Cosa facciamo? Non c’è un’anima, non c’è niente”.

E allora è bello che Maria dice “Ci feriranno i leoni a mangiare”.

Allora la Casarsa ha detto “Ma qua i leoni, qui ci sono i briganti”.

Perché il pericolo era per i briganti.

E stavamo preparandoci a dormire nella Land Rover, quando vediamo di lontano una macchina.

Una macchina da deserto, ma una Mercedes Benz.

La macchina si avvicina a noi, però scappa via.

E noi facciamo i segni brutti.

Poi questa, vediamo la macchina che torna indietro, si apre lo sportello, ed esce un buon signore.

Un cattolico, che dice “Ma ti avevo preso per brigante, vedo che siete turisti”.

E molto gentile dice “Ma potete passare la notte che volete nella mia missione”.

E allora ci prende la sua macchina e ci porta alla missione.

Alla missione noi ci presentiamo, ora lui è stato dieci anni a Roma.

Non sapeva che era Pasolini, che era Moravia e che era Maraini.

Però sapeva tutto della Roma.

E di calcio, ovviamente.

Per fortuna Pasolini era un appassionato di calcio, più giocato.

E quindi lui ha tenuto conversazione con questo buon signore, che sapeva tutto.

Si ricordava i nomi del portiere della Lazio, della Roma, tutti i nomi dei calciatori.

Ma non sapeva che era Maraini.

E comunque ci hanno dato una piccola cena e un letto per dormire.

Piccole celle, devo dire, col pavimento di terra.

La mattina dopo noi stavamo discutendo quanto lasciamo per gentilezza.

E pensavamo di lasciare 100 dollari.

E arriva una piccola sere di africani che ci porge un foglietto in cui c’era scritto “800 dollari per una notte in Calabria”.

Quindi avevamo capito che non veniva la Mercedes.

No, le nostre avventure africane.

Comunque è stata una bella tappa, non me ne vado a distruggere.

Però devo aggiungere che non erano così le altre missioni.

C’erano missioni bellissime, con delle scuole straordinarie, dei preti che facevano la fame, che lavoravano con tutti.

Questo era un buon signore un po’ speciale.

Però ci ha salvato una notte bellissima.

Un altro episodio per far capire il carattere dei basilici.

Sempre nelle nostre viaggi nel deserto, noi abitavamo la Land Rover sopra dei barattoli dell’acqua, perché non c’era acqua nella sua parte, e delle scatolette.

E mangiavamo sempre scatolette.

Ci fermavamo, mettevamo la tenda, mangiavamo le scatolette, però non le potevamo più, perché a un certo punto le scatolette vengono a noia.

E allora cercavamo qualcosa di fresco da mangiare, ma non c’era mai niente.

Arriviamo in un piccolo villaggio e chiediamo se avevamo qualcosa da mangiare, o se la paghiamo.

Non avevano niente.

Finalmente un vecchio gentilissimo ci dice “Io ho un po’ di riso da parte”.

Chissà da quanto c’era di riso.

“Ve lo cucino”.

Eravamo molto felici, volevamo pagarlo.

Lui ha detto “No, no”.

È stato molto gentile.

“Cioè, ve lo tocco le tiepi”.

Poi arriva il riso a tavola.

Io guardo questo riso e mi sembrava strano.

E si trova contaminato di nero.

E guardiamo da vicino, il riso era pieno di insetti morti.

Perché la vita è chissà da quattro anni, non lo so.

C’erano le mosche.

Allora Alberto diceva “Buttiamo via il tuo riso, lo paghiamo”.

“Ma buttiamo via”.

Ecco, più in là ha detto “No, è stato così gentile questo anziano che ci ha dato il suo riso, che l’aveva conservato da parte.

Dobbiamo mangiarlo”.

Allora noi abbiamo preso uno per uno le mosche morte, gli insetti morti e ci siamo mangiati il riso.

Però per scrivere come la gentilezza d’animo di Pasolini, no?

Veramente chiunque avrebbe buttato via il riso.

Però era offensivo questo anziano così gentile che aveva dato questo riso che era da parte, che stava da quattro anni, eccetera.

Quindi noi gli abbiamo mangiato il riso pieno di mosche morte.

Questo è un aspetto della gentilezza d’animo di Pasolini.

E la devo dire veramente, questo lo devo dire un’altra volta.

Sempre nel deserto ci ferma una donna che fa segno.

Fermiamo la macchina, che era magra, magra, magra, era un’africana, ci fa segno, non parlava nessuna lingua, ci fa segno che voleva bere.

Noi avevamo una tannica, e lì ne aveva rimasto l’unica tannica che aveva 20 litri di acqua.

E allora gli diamo la tannica da bere.

“Oh, la berebbe tutta”.

Allora anche io, preoccupata, ho detto “No, ma un momento, tutta ci serve l’acqua”.

E Pierpaolo ha detto “No, lasciatela bere, perché per lei è come un cammello”.

L’acqua la risparmiava da parte, le pensava a quattro tempi.

“Siete uniti, 20 litri d’acqua”.

Io non ho mai pensato a questo.

Io non ero così, con gli occhi fuori dalla testa, a guardare.

Anche lì Pierpaolo ha dimostrato la sua delicatezza d’animo, dicendo “Vabbè, noi possiamo fare a meno d’acqua per una giornata, lei no, lei fa riserva d’acqua come un cammello”.

Questo per spiegare l’animo gentile di Pasolini.

E credo che lo spieghiamo un po’.

Volevo apprendere un po’.

In conclusione, abbiamo discusso abbastanza, giusto situo per coloro.

Pasolini era andato, aveva fatto questo viaggio in compagnia dei suoi amici per cercare l’Orestiade, perché voleva preparare un film sull’Orestiade africana.

Poi adesso esiste un documentario che puoi trovare anche su Youtube che si chiama “Appunti per l’Orestiade africana” perché il film purtroppo non è stato fatto.

Io sono sempre molto colpito dalla lungimiranza e la profezia che lui ha fatto.

Dacia, se Pasolini, lo so che questo è un ipotetico, perché in Francia si diceva che sì, o che non è più un’idea, però se lui fosse… cosa avrebbe pensato se avesse visto com’è la società italiana e internazionale oggi?

Allora, comincio da questo film, perché io non lo faccio.

Cioè, lui pensava di fare un film sull’Orestiade di Eschilo con tutti gli attori neri africani, che secondo me era un’idea molto bella, molto d’avanguardia.

Infatti cercavamo gli attori, e allora avevamo trovato un Oreste straordinario, molto regale, molto bello, veramente spirituale, anche con una faccia che aveva due occhi, e abbiamo trovato anche una Elettra in testa.

Poi ricordo ancora che cercavamo Elettra, no?

E lui aveva un’idea, forse anche di mettere un annuncio per cercare l’Elettra.

E allora sono arrivate tutte le ragazze bellissime, tutte scollate, tutte giovanissime.

Gli ho detto “No, l’Elettra non è da un bel po’ il tipo”.

Infatti gli ho detto “No, non bisogna mettere annunci”, perché hanno pensato in chiave di cinema, in Italia, no?

Per guadagnare dei soldi.

Sono arrivate delle ragazze bellissime, ma che non c’entravano niente con l’Elettra.

Invece, ho detto “Guarda, cerchiamola in mezzo alla gente al mercato, così”.

E avevamo trovato anche un’Elettra, con una faccia densa, scura, forte, dolorosa, come secondo me dovrebbe essere l’Elettra.

E quindi era veramente, era pronto il film.

Però, mentre pensavamo tutto, per poi lui avrebbe chiamato i tecnici, arriva un telegramma del produttore, che dice “Non si può fare più il film”, perché la sua spiegazione era che il pubblico italiano non era pronto per vedere un film con tutti gli attori africani.

Io secondo me era una scusa stupida.

Perché il produttore aveva i soldi, e quindi probabilmente non c’erano più i soldi.

Quindi siamo dovuti tornare.

Però devo dire che c’è un altro episodio che era molto bello.

Che Pierpaolo cercava il fumo, perché allora, nel tempo dei greci, si da lontano, non c’era il telefono, si comunicava con dei fuochi, dei fumini.

L’arrivo di Agamennone è annunciato con un fumo, come lo racconta Eschilo.

E allora lui cercava un fumo, che doveva essere quello dell’annuncio di Agamennone.

Allora, abbiamo passato due giorni a cercare il fumo, perché lui voleva poi il fumo vero, non fatto da noi.

Fatto vero.

Allora mi ricordo ancora questa cosa quasi comica, quindi vedevamo un fumo da lontano, correvamo con la lettiga, a vedere il fumo poi dicevamo “No, è troppo bianco”.

Poi andavamo un altro fumo, “No, questo fumo è grasso, vedi che non va bene, non dà idea di un arrivo, della felicità”.

Insomma, abbiamo passato due giorni a cercare il fumo, perché sembrava una cosa da favola.

Allora, da un certo punto di vista, lui era il protagonista, non c’era alcuno perché non lo sapeva, non trovava qualcuno giusto.

Mentre stavamo tornando verso il nord, improvvisamente vediamo di lontano il fumo, che era incredibilmente straordinario, perché il fumo che girava, che andava sul piano piano, era celestino, aveva qualcosa di magico, no?

E noi tutti siamo fermati, “Quello è il fumo, è il fumo giusto”.

Ed era stata un’emozione trovare il fumo giusto, ci siamo precipitati a vedere il fumo.

Però ecco, questa era prima del telegramma, per cui il fumo non è venuto dentro, purtroppo è stato gettato via.

Però era bellissimo quel fumo, ma insomma era una cosa un po’ divertente, perché la ricerca del fumo potrebbe essere proprio il racconto del rapporto di Pasolini con la natura e col mito, perché lui aveva un grandissimo rapporto col mito, non è un caso che ha fatto Medea, poi ha fatto Appunti per un’Orestiade africana.

Quindi c’era un rapporto col mito molto importante per lui, insomma il suo sogno della purezza anche era legato al mito.

Con la Casarsa lui aveva un rapporto bellissimo, che era un rapporto d’amore.

Io ho capito in quella occasione che esiste l’amore platonico.

Io pensavo che l’amore dovesse essere per forza legato al sesso, invece no, e ho capito questa cosa da Pasolini, perché lui era veramente innamorato della Casarsa, però non era un rapporto sessuale, era un rapporto platonico, però ho capito che esiste questa cosa.

Poi ho pensato che l’amore platonico nasce in Francia, nasce con la cultura provenzale, ricordiamoci la cultura provenzale dei primi secoli del Medioevo, no, è importantissima, perché per la prima volta nasce l’idea che un uomo si innamora di una donna, ma non ha nessun rapporto con lei, è un rapporto basato sulla stima, sull’entusiasmo, sulla divinizzazione della donna, e poi lo ritroviamo in Dante, l’amore di Dante per Beatrice è un amore provenzale, cioè è un amore platonico, perché lui ha sposato Beatrice, lei era sposata con un altro, nelle iconografie appare che non è vero, ma non è vero, Beatrice era sposata con un altro, quindi sarebbe stato un adulterio che Dante condannava nel suo poema, però nella vita lui tradiva questa cosa che è un adulterio, ma era un adulterio basato sulla cultura provenzale, dove la donna per la prima volta viene santificata, viene portata a guidare, no?

Dante viene invitato nel paradiso da Beatrice, ma la cosa è che non era mai successo, perché le donne fino ad allora non avevano il diritto di testimonianza, non avevano il diritto di rappresentare il bene, questo dobbiamo capirlo, quindi la cultura provenzale è stata importante, secondo me è una grande rivoluzione, da tutti i punti di vista anche della parità dei sessi, e tra l’altro stamattina siamo andati a vedere un museo di San Francesco, San Francesco aveva una madre francese che si chiamava Gaia de Beaumont e veniva dalla cultura, anche lei, dalla cultura provenzale, pensa all’importanza che ha avuto per l’Italia, San Francesco, Dante e Giotto sono il prodotto di una cultura provenzale, che a un certo punto loro l’avevano ereditata attraverso la poesia, attraverso la cultura, e la applicavano.

San Francesco, il rapporto che ha con Chiara d’Assisi, è un rapporto di tipo provenzale, cioè di tipo di esaltazione della parità, della guida di una donna che era testimonianza della fede, che però nel senso non c’è niente, io credo che in un certo senso potremmo dire che il rapporto Pasolini-Casarsa, che mi sembra una coppia azzardato-culturale, il rapporto tra Pasolini-Casarsa era un rapporto provenzale, mi sembrava una coppia strana, ma è una mia idea, a cui sono arrivata studiando Chiara d’Assisi, che ha fatto un libro su Chiara d’Assisi, e studiando Chiara, e San Francesco dal punto di vista letterario, però non religioso, mi è venuta fuori questa idea, ho capito l’importanza che ha avuto la cultura provenzale in due persone così lontane, come Dante e San Francesco.

No, ma guarda che è stata una rivoluzione estremamente culturale, tutta culturale, che poi purtroppo si è stata assorbita e ha prodotto tutto, però da lì vengono molte idee emancipatorie, proprio della donna, perché la donna nella cultura medievale era una proprietà, un oggetto, era come una capra, era come una pecora,

un’usanza, un accessorio, invece lì la cultura provenzale per la prima volta le dava importanza, però era un’importanza spirituale e non sensuale.

Curioso, perché c’è una divisione che insomma, curiosa, però è importante che sia stata importantissima per la nostra cultura.

Non so se la mia idea possa essere condivisa, ma insomma è un po’ questa.

Allora, rispondo alla seconda parte della domanda che mi faceva sull’area italiana.

Ma io credo che Pasolini sarebbe stato dalla parte della pace, però era anche un uomo che è stato dalla parte diciamo di chi è oppresso, dai libri, quindi io credo che l’Ucraina sarebbe stata vicino all’Ucraina.

Una cosa che invece riguarda Moravia, che è un’idea molto bella, lui diceva, Moravia diceva, “Dobbiamo creare il tabù della guerra”.

Lui diceva questo.

Guardate che nella storia dell’homo sapiens, non esiste, esiste un tabù che è stato importantissimo per la nascita della civiltà, ed è stato il tabù dell’incesto.

Negli animali non esiste il tabù dell’incesto, gli animali si accoppiano tra padre e figli, sorella e fratello, va bene?

L’essere umano, questo lo dice l’antropologia per esempio, la società umana nasce col tabù dell’incesto, perché la cultura voleva creare dei tabù che permettessero il fatto che la famiglia fosse divisa, che non fosse una sola regola, che non fosse soltanto la confusione dei sessi, no?

Quindi lui dice, Malinowski dice, “La famiglia nasce dal tabù dell’incesto”.

Allora, Moravia diceva, “Perché noi non riusciamo a creare il tabù della guerra, che si può fare?”

Perché è una creazione culturale, come è stata la creazione culturale del tabù dell’incesto, e potrebbe essere una grande forza per la costruzione di una società nuova.

Naturalmente è una cosa culturale, che probabilmente, non lo so se si potrà fare, però come idea io trovo bellissima, no?

Che non possiamo creare il tabù della guerra.

Questo, secondo me, e in questo, la Casarsa e Moravia si riconoscevano.

Avevano molte diversità.

A volte la gente dice, “Ma come piacevano questi amici con persone così diverse?”

Allora, Moravia era un uomo che credeva nella ragione, cioè credeva nella ragione come strumento di conoscenza del mondo.

Pierpaolo non credeva nella ragione, non che non usasse la ragione, era un uomo razionale, ma credeva che la ragione non fosse essenziale nella conoscenza del mondo.

Per lui la conoscenza passava attraverso i segni.

Questa era la differenza tra i due.

Avevano due approcci completamente diversi, però si comprendevano perché ogni tanto Pasolini aveva bisogno della ragione di Moravia e Moravia aveva bisogno della sensibilità dei sensi a cui apparteneva la poesia di Pasolini.

Quindi la vicinanza tra i due era basata su questo scambio.

Sullo scambio di una sensibilità ancora più legata ai sensi e una sensibilità legata alla ragione.

Non c’era dubbio che erano due cose diverse.

Alberto, quando andavamo in un paese sconosciuto africano, Alberto leggeva i libri, la storia del paese, la religione del paese, leggeva le tavole del paese, voleva conoscere gli intellettuali del paese.

Invece no, il Pasolini diceva “No, io guardo un uomo che passa e capisco che cosa succede nel paese”.

Era una scoperta di un atteggiamento completamente diverso.

Infatti sull’India hanno scritto due libri in cui Pasolini, il suo libro lo chiama “L’odore dell’India” e invece Moravia lo chiama “L’idea dell’India”, questa differenza di approccio.

Però c’era una grande amicizia e una grande stima e quindi non hanno mai…

Discutevano, ma non hanno mai veramente, non so, rotto oppure insultato ma perché allora gli insulti non esistevano come oggi.

Comunque era un atteggiamento di grande scambio, di grande rispetto uno per l’altro.

Questo per capire anche perché questa amicizia così strana di due persone così diverse però andavano insieme a cercare qualcosa di nuovo, a capire, e a capire proprio che erano diversi e capire che erano diverse.

Questo era poi un obiettivo profondo degli anni precedenti.

E noi ci facciamo tutti insieme.

Ora, per quanto riguarda la tua domanda su cosa avrebbe pensato Pasolini della società odierna, io credo che ne sarebbe rimasto profondamente deluso e sconcertato.

Pasolini era un uomo che aveva una visione profetica della società, era capace di vedere con lucidità i cambiamenti in atto e soprattutto le derive negative.

Penso che avrebbe avuto parole durissime per denunciare il consumismo sfrenato, l’omologazione culturale, la perdita di valori autentici, l’ingiustizia sociale, la mercificazione dei corpi, la corruzione dilagante.

Probabilmente avrebbe visto nell’odierna società italiana e internazionale la realizzazione di quel processo di “mutazione antropologica” che tanto lo preoccupava e che aveva iniziato a scorgere già negli anni ’70.

Credo che sarebbe rimasto inorridito di fronte alla progressiva disumanizzazione e all’abbruttimento di molti aspetti della vita contemporanea.

Non saprei immaginare la sua reazione di fronte a fenomeni come la disintegrazione delle comunità, l’individualismo esasperato, la violenza dilagante, il degrado ambientale, la crisi delle ideologie e della politica.

Probabilmente avrebbe lanciato l’ennesimo grido di allarme, denunciando con forza la perdita di umanità e l’avanzata della barbarie.

In fondo, Pasolini era un intellettuale che non aveva paura di essere scomodo e controcorrente, anche a costo di essere frainteso e attaccato.

Penso che avrebbe mantenuto invariata la sua posizione di profonda critica nei confronti di una società che non riesce più a riconoscere i propri valori e i propri ideali.

Insomma, Pasolini sarebbe stato una voce fuori dal coro, come sempre, davanti al declino morale e culturale del nostro tempo.

(Foto di Antonella Fava©)