Siete all’ascolto di un nuovo speciale di am1575news, Francia24 e Radio Centrale Milano, in podcasting e sulle onde medie.
Bernard-Henri Lévy, 77 anni, nato nel 1948 a Béni Saf in Algeria, è uno degli intellettuali più noti e discussi di Francia. Esponente dei “nouveaux philosophes” che negli anni Settanta ruppero con il marxismo, autore de “La barbarie dal volto umano”, ha legato il suo nome a battaglie politiche e reportage di guerra, dalla Bosnia al Darfur, dalla Libia del 2011, dove spinse Nicolas Sarkozy all’intervento, fino all’Ucraina. Difensore dichiarato di Israele, tiene da decenni una rubrica settimanale, il “Bloc-notes”, sul settimanale Le Point. È proprio dal numero dell’8 ottobre che arriva il testo rilanciato oggi sui suoi profili social con il commento: “Da dire, ripetere, martellare. Anche se probabilmente mi costerà molto caro”. Ecco la nostra traduzione integrale.
Non c’è genocidio a Gaza
“Israele genocida…” È l’ossessione di Mélenchon e dei suoi sgherri. È un tema della precampagna presidenziale a sinistra. È un segno di riconoscimento, uno slogan, sugli striscioni davanti ad alcuni licei occupati.
La formula circola, si impone, diventa una parola d’ordine nelle petizioni di scrittori, negli appelli di registi, nelle dichiarazioni che accompagnano i festival.
Avendo avuto il terribile privilegio, nella mia lunga vita, di raccontare genocidi accertati (i Rohingya in Birmania, il Darfur, il Bangladesh…) o di riflettere su altri (la Shoah, la Cambogia o, ne “La Pureté dangereuse”, già nell’ottobre 1994, il Ruanda…), non riesco a rassegnarmi a questa abdicazione dell’intelligenza.
E voglio spiegare qui perché questa accusa mi sembra inetta, insensata e giuridicamente infondata.
Non c’è genocidio quando si avverte prima di bombardare
Non c’è genocidio quando, come ha fatto l’esercito israeliano durante i due anni di guerra intensa, si avverte prima di bombardare.
Non c’è genocidio quando si consente l’arrivo di aiuti umanitari che, per quanto crudelmente insufficienti, non sono mai stati interrotti in modo duraturo.
Non c’è genocidio quando, ogni giorno o quasi, si aprono corridoi di evacuazione che permettono ai non combattenti di raggiungere zone di riparo.
Si ha il diritto di trovare disumane queste esortazioni a lasciare la propria casa prima che venga polverizzata: ma un invito a mettersi in salvo non è un genocidio.
Si può ritenere che non sia vita quella di essere sballottati in campi di fortuna allestiti in fretta, sfollati, ricollocati: io non ho mai visto, a Mosul o altrove, un esercito prendersi la briga di creare, in piena guerra, zone rifugio di questo tipo.
Si può, ed è evidentemente il mio caso, trovare insopportabile l’idea di decine di migliaia di civili morti sotto il fuoco di Israele dopo che Hamas ne ha fatto degli scudi umani: ma si può parlare di genocidio quando si sa che lo stesso Israele organizza, nello stesso momento, campagne di vaccinazione per centinaia di migliaia di bambini di Gaza? O quando facilita il trasferimento di altri bambini, affetti da malattie rare, verso ospedali egiziani, emiratini, giordani?
So bene che il senso della parola si è evoluto dopo Srebrenica e che l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso può bastare a costituire un crimine di genocidio: ma dov’è l’intenzione genocida quando tutti, a eccezione dei ministri di estrema destra Ben-Gvir e Smotrich, ripetono che il fuoco cesserà quando il nemico deporrà le armi? Di quale genocidio si parla quando, un anno fa, sotto la pressione degli Stati Uniti, dei tribunali internazionali o della coscienza degli israeliani, viene negoziato un cessate il fuoco che, pur violato, resta ancora oggi il quadro di riferimento delle parti?
Non è vero, sia detto per inciso, che la Corte internazionale di giustizia, adita dal Sudafrica, abbia concluso che si tratti di genocidio.
Né è vero che l’altra corte, la Corte penale internazionale, possa concludere alcunché, dato che è realmente competente solo nei confronti di Paesi privi (e non è il caso di Israele) di una giustizia degna di questo nome.
Quanto alla presunta “unanimità” degli storici della Shoah dietro cui si trincerano gli avversari di Israele, semplicemente non esiste: alcuni di loro (Omer Bartov, Amos Goldberg, Raz Segal) parlano in effetti di genocidio; ma la maggioranza (in particolare allo Yad Vashem e al Wyman Institute di Washington) respinge con forza questa definizione.
Un’accusa giuridicamente assurda
Insomma, questa accusa è giuridicamente assurda e ha, in verità, un solo effetto.
Demonizzare Israele attribuendogli non un eccesso di violenza, né una sproporzione nella risposta, né violazioni del diritto di guerra, ma il crimine dei crimini, il crimine per eccellenza, l’unico, insieme al crimine contro l’umanità, a essere imprescrittibile.
Insultare, intimare di giustificarsi e, alla fine, additare al furore delle folle ogni ebreo che esprima, in Francia o altrove, anche solo un’oncia di comprensione o di sfumatura verso la democrazia israeliana in guerra.
E poi, naturalmente, sommergere sotto un fiume di disinformazione e di odio un altro evento, quello con cui tutto è cominciato e di cui dovremmo commemorare tutti insieme il terzo anniversario: il pogrom del 7 ottobre.
Perché, in fondo… Intenzione per intenzione… Qual era l’intenzione di coloro che, quel giorno, assassinavano 1.200 civili in poche ore? Che urlavano, come gli hutu a Kigali, “Uccideteli tutti”? Che massacravano indistintamente, come i cavalieri del Darfur, uomini, donne e bambini? Che stupravano prima di uccidere, come li ho visti fare in Bangladesh? Che portavano via come bestiame per stuprare ancora, come fecero i carnefici delle donne yazide? Qual era l’intenzione degli assalitori palestinesi, che avrebbero continuato così, senza freno né fine, se coraggiosi difensori dei kibbutz non fossero intervenuti?
Se c’è un giorno in cui, da tre anni a questa parte, in questa regione del mondo, l’intenzione genocida si è manifestata a viso scoperto, è proprio quello, il 7 ottobre 2023, nella furia sterminatrice di Hamas.

Editoriale di Rachel – Il coraggio di non ripetere lo slogan
Vi leggo ora il mio editoriale odierno.
Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire le cose come stanno. In un Paese dove la parola genocidio è diventata il lasciapassare obbligatorio per entrare nel salotto buono, tra una petizione di scrittori e un appello di registi, Bernard-Henri Lévy fa la cosa più rivoluzionaria possibile: apre il dizionario. E lo fa sapendo che gli costerà caro, come scrive lui stesso. Il conformismo, del resto, non paga mai il conto: lo manda sempre a chi osa dissentire.
Perché diciamolo: per firmare un appello basta un tasto, per smontarlo servono argomenti. Lévy ne mette in fila parecchi. Gli avvisi prima dei bombardamenti, i corridoi di evacuazione, le vaccinazioni di massa dei bambini di Gaza, la Corte internazionale di giustizia che non ha mai concluso ciò che tanti le attribuiscono. Chi lo contesta ha già la risposta pronta: non leggere. È più comodo. Lo slogan sta bene su uno striscione davanti a un liceo occupato, il diritto internazionale purtroppo non ci entra.
E poi c’è il dettaglio che il pensiero unico preferisce non vedere. Quest’uomo i genocidi li ha raccontati davvero, dalla Birmania al Darfur, dal Bangladesh al Ruanda, quando molti dei suoi censori di oggi non sapevano trovare Kigali su una mappa. Ma no, adesso il problema è lui. Curioso come la memoria corta sia sempre così selettiva: si dimentica il 7 ottobre, il pogrom con cui tutto è cominciato, e si ricorda solo la parola che fa più rumore.
Noi ci uniamo a lui. Non perché la sofferenza dei civili di Gaza non ci tocchi, ma proprio perché le parole contano. Se chiamiamo genocidio tutto, alla fine non chiameremo più genocidio niente. Benpensanti di ogni redazione, mettete pure giù il cartello: per una volta, provate a leggere fino in fondo.
Koan del giorno
Monaco: Maestro, se tutti nella piazza gridano la stessa parola, quella parola diventa vera?
Maestro: Mille voci che ripetono un’eco non fanno una montagna. Fanno solo più rumore.
Monaco: E chi tace mentre la folla grida, è un vigliacco o un saggio?
Maestro: Il vigliacco tace per paura della folla. Il saggio parla anche se la folla lo fischia. Quello che grida più forte, di solito, è chi ha letto di meno.
Questo è tutto per il momento. Dalla redazione di Parigi sono Rachel Costa: questa è am1575news, Francia24 e Radio Centrale Milano.
