Francia 2020: la crisi sociale

Di Redazione Nizza24
27 Dec 2020

Continua il viaggio nella Francia del 2020. Giovanni Gugg, docente di Antropologia Urbana all’Università “Federico II” di Napoli e ricercatore post-doc presso il LESC (Laboratoire d’Ethnologie et de Sociologie Comparative), CNRS – Université Paris-Nanterre, ricostruisce un anno di spaccature all’interno della società francese.

Come altrove, anche in Francia non sono mancate le polemiche sulla gestione dell’emergenza e sulle interpretazioni dei dati statistici e scientifici. Il caso più eclatante, che ha avuto ampi risvolti anche internazionali, ha riguardato la idrossiclorochina, promossa dal prof. Didier Raoult, responsabile del Centro Ospedaliero Universitario (CHU) di Marsiglia.

In breve tempo Raoult è diventato il simbolo di una vasta porzione di società scettica, critica, dubbiosa e che ha alcune frange particolarmente visibili e rumorose definite “negazioniste” dai giornali italiani, mentre invece in Francia sono definite più sobriamente “pandescettiche”.

Raoult, ma non solo lui, è apparso lo scienziato solitario ed eroico contro “big pharma”, multinazionali e centralismo statale, un personaggio con una singolare visione del processo scientifico diventato rapidamente una star televisiva e mediatica. A Marsiglia, ad esempio, si è parlato di “raoultmania”, una sorta di culto della personalità, che è diventata marketing con magliette, santini, tatuaggi, fan-club… è stata prodotta addirittura una candela votiva, creata da una cereria di La Ciotat, o un “santon”, cioè un pastore da presepe realizzato da un’artigiana, tipo le statuine di attualità create a Napoli dai presepisti di San Gregorio Armeno.

Prima ancora, in piena prima ondata, nel mese di aprile un altro celebre scienziato francese ha fatto enormemente discutere per le sue affermazioni pubbliche sulla pandemia: Luc Montaignier, premio Nobel per la Medicina per i suoi studi sull’HIV, ha dichiarato che il nuovo coronavirus sarebbe stato realizzato in laboratorio, inquinando così la coscienza pubblica con illazioni senza prove. Forti di queste voci autorevoli, dunque, i pandescettici sono aumentati nel corso dei mesi, fino a scendere in piazza contro le mascherine, contro le misure restrittive, per la libertà economica, o, ancora, contro le antenne 5G, in un crescendo di sospetto e risentimento.

Tutto ciò ha avuto un culmine mediatico nel film documentario “Hold up”, realizzato da Pierre Barnérias, un regista autonomo che fino ad ora si era occupato di condizioni di pre-morte e di apparizioni mariane. Il film è uscito online l’11 novembre; in una settimana è stato visualizzato 6 milioni di volte e per realizzarlo è stato effettuato un crowdfunding che ha raccolto 200.000 euro, donati da 5.000 persone.

Il film intende denunciare “bugie e corruzione” sulla pandemia, ma in realtà fa cospirazionismo e disinformazione, attingendo a dati strumentalizzati e a interpretazioni parziali. Sui social, le condivisioni della locandina o del trailer sono spesso state rilanciate da personalità mediatiche molto famose, come ad esempio su Instagram da Sophie Marceau, Juliette Binoche e Carla Bruni.

Ma l’aspetto più disarmante è nei contenuti, infatti il film intervista personaggi che si dicono scienziati, sebbene in realtà siano screditati o sconosciuti alle rispettive comunità, come ad esempio una profiler che sui titoli di coda si esibisce in una imbarazzante performance di fisiognomica (una pseudoscienza risalente all’800) o, e ha fatto parlare molto di più, come la sociologa Monique Pinçon Charlot, che ha definito la pandemia un “Olocausto” all’interno di una “guerra mondiale dei ricchi contro i poveri”.