Outside Source: Juliette Binoche a Cannes, la palma della banalità

Di Redazione Francia24
16 May 2025

Le Figaro ha pubblicato un mirabile commento sulla cerimonia di inaugurazione del Festival del Cinema di Cannes. Tanto mirabile e divertente da meritare di essere riproposto nella sua interezza.

L’articolo, (C) Le Figaro è a firma Ophélie Roque (*).

Juliette Binoche a Cannes, la palma della banalità

Non mi aspettavo nulla dal discorso inaugurale del Festival di Cannes. Mi sbagliavo. Solo ora, con l’emozione un po’ scemata, mi rendo pienamente conto della portata dell’evento. Juliette Binoche è stata superba, positivamente superba, e non permetterò a nessuno di contraddirmi. A dire il vero, ho provato la stessa emozione del discorso tenuto al Zénith il 13 febbraio 2022 da Valérie Pécresse.

Ho ritrovato le stesse impressioni, quel mix di disagio palpabile e di recitazione forzata. Anche se bisogna ammettere che la gestualità di Valérie era un tantino più elaborata. Lei era riuscita, per tutta la durata, a moltiplicare pose audaci, mentre Juliette si è limitata ad adottare la postura ieratica di una colonna dorica. Si potrebbe dire che la colpa non sia tanto dell’attrice stessa, quanto del suo improbabile abito, a metà strada tra una Madonna e la principessa Leia.

La si sentiva poco a suo agio, con qualcosa di forzato, vagamente preoccupata all’idea che il tessuto potesse scivolarle dal petto, scandalizzando qualche Tartufo sprofondato davanti alla TV, che probabilmente non si riprenderebbe mai da un seno così impudicamente svelato. Allo stesso tempo, questa fragilità commuove, ricorda la vulnerabilità di tutti noi quando, confusi e imbarazzati, ci avvolgiamo frettolosamente in un asciugamano per aprire al corriere di Amazon che tiene in mano il nostro pacco.

Miss Campeggio 2025

Mi si dirà che mi soffermo troppo sulla forma, quando invece è il contenuto a contare. Va bene. Mi dedico allora a sviscerare la sostanza di un discorso che resterà a lungo negli annali. Sorvolo rapidamente sulle prime frasi di riscaldamento, che non stonerebbero in bocca a una Miss Camping: «Dal profondo del mio cuore, vi ringrazio», per passare subito al cuore del messaggio.

«Il vento delle sofferenze trascina i più deboli, gli ostaggi del 7 ottobre e tutti gli ostaggi, i prigionieri, gli annegati.» Una frase del genere ha un altro spessore, ma quando ci si aspetta un’altra sfilza di banalità simili, accade il miracolo. «Guarire le nostre ignoranze e lasciar andare le nostre paure, il nostro egoismo. Cambiare rotta e, di fronte all’orgoglio, ridare umidità, umidità, umiltà…» I lapsus e le lingue che inciampano capitano, a me per prima, e sarei maligna a insistervi troppo, ma nulla ci preparava a una tale sequenza. «L’umidità dell’hummus che è l’umiltà!» Non è più un discorso, sono le divagazioni di un membro dell’Oulipo. E la cosa continua! «Bisogna ridarle tutto il suo posto.» A chi? A cosa?

Fortunatamente, tornano i luoghi comuni e le frasi tanto altisonanti quanto vuote: palloni gonfiati di un ambiente che si vuole impegnato e necessario.

Guerre utili

In fondo, queste guerre sono molto utili, drammatizzano la cerimonia. Si può volteggiare con abiti di grandi stilisti mentre si deplora la miseria di chi non ha né la possibilità, né i soldi, né il tempo di andare al cinema. «Gli artisti lottano ogni giorno e fanno di questa resistenza un’arte».

Di quale lotta si parla?

E non è forse indecente parlare delle «lotte» dell’artista dopo aver evocato «ostaggi, prigionieri, annegati»? Loro sì che lottano, e non poco! Lottano così tanto che ne muoiono. Forse sarebbe ora, per essere pienamente coerenti con il fondo del discorso, di parlare solo di loro, esclusivamente di loro, se è questo che ci tocca. Non ricondurre tutto all’artista, specialmente quando le sentenze suonano profonde come le frasi conclusive di un compito di terza media: «L’arte resta, è la testimonianza potente delle nostre vite, dei nostri sogni.»

5G e Covid

Sì, Juliette Binoche non è la prima a vestire i panni dell’attrice impegnata e non sarà l’ultima; crogiolarsi nella causa umanitaria è diventato un passaggio quasi obbligato per ogni star desiderosa di darsi un’aria di profondità intellettuale. Del resto, non è la prima volta che si traveste da paladina: basta ricordare le sue posizioni – più che controverse – sulla 5G o sui vaccini contro il Covid. Ma qui sembra dimenticare una cosa essenziale: scegliere una causa significa anche scegliere il proprio pubblico. E in questo caso, non è riuscita a convincere né da una parte né dall’altra. Giudicata tiepida dal fronte palestinese, che le rimprovera di non aver menzionato il ruolo di Israele, e considerata sospetta dal fronte israeliano, che le rinfaccia di aver portato, più o meno, la questione di Gaza a Cannes.

(*) Ophélie Roque ha lavorato in case d’asta e musei prima di diventare insegnante di francese nella periferia parigina. Black Mesa è il suo primo romanzo.