Paradis artificels

Les Paradis artificiels: dove tutto è cartapesta – Koly tra le Righe

Di Marco Hugo Barsotti
16 Oct 2024

Continuiamo con il nostro viaggio Koly tra le righe, esplorando un altro capolavoro di Baudelaire, Les Paradis artificiels, un saggio del 1860, che riflette sul desiderio umano di fuggire dalla realtà alla ricerca di momenti di felicità e bellezza attraverso l’assunzione di droghe.

Nell’abisso della droga

“Spinto da questo gusto per la felicità, questo desiderio d’infinito, questa beatitudine, purtroppo rara e passeggera, [in cui] si sente allo stesso tempo più artista e più giusto, più nobile, l’uomo cerca a tutti i costi di ritrovare questo stato raro, e di fuggire, anche solo per qualche ora, dalla sua dimora di fango”.

Così Beaudelaire descriveva l’esperienza di chi provava questi paradisi artificiali.

“Avanzandosi verso la parte luminosa della sala, dove diverse forme umane si agitavano intorno a un tavolo, viene accolto da urla di gioia e da una supplica rivolta al maestro di cerimonia, seduto alla fine del tavolo: È lui! È lui! Che gli si dia la sua parte! Il dottore, garante scientifico della situazione, preleva da un vaso di cristallo un cucchiaio di una marmellata verdastra, che consegna al nuovo arrivato con queste parole: questo vi sarà sottratto dalla vostra porzione di paradiso. Dopo che ognuno ha ingerito la sua parte, viene servito il caffè, e poi si passa alla cena. È alla fine di quest’ultima che Gautier nota gli effetti della famosa pasta verde: I miei vicini cominciavano a sembrarmi un po’ originali; spalancavano grandi pupille da gufo, e poi una quantità di candele si accesero da sole (…) tutto appariva più grande, più ricco, più splendido”.

“Alt poeta maledetto che dorme”

Una moda letale

L’hashish – che viene definito come una marmellata verdastra – fu scoperto dai soldati francesi durante la campagna d’Egitto e divenne popolare in Francia in particolar modo tra gli scrittori romantici, artisti e medici. Questi lo definivano come un demone disordinato e lo sperimentarono insieme ad altre droghe dell’epoca, come l’oppio chiamato seduttore pacifico. Entrambi sono oggetto delle due parti dei Paradis artificiels.

Nel Poema dell’hashish Baudelaire svela il cuore del suo pensiero, unendo riflessioni metafisiche a osservazioni scientifiche.
”L’uomo ha cercato di creare il paradiso tramite la farmacia, con bevande fermentate, come un maniaco che sostituisce mobili solidi e giardini veri con scenari dipinti su tela e montati su impalcature. L’esito, prevedibile, è un paradiso di cartapesta e un viaggio illusorio”.

Paradis artificels

L’inganno dei Paradis artificiels

Baudelaire descrive così il viaggio interiore di un uomo sotto l’effetto dell’hashish:
“Ero come un cavallo lanciato verso un abisso (…), una corsa folle, e il mio pensiero, schiavo della circostanza, (…) aveva assunto un tono puramente e assolutamente rapsodico.”
Dopo questi trasporti, l’uomo raggiunge infine la calma beatitudine, il distacco da ogni cosa, che incarna il desiderio profondo condiviso da molti altri artisti dell’epoca.

Ma quali paesaggi interiori l’hashish permette di esplorare? Nessun altro che il proprio. Baudelaire avverte:

”Non aspettatevi di vedere altro se non voi stessi, amplificati, con la vostra sensibilità moltiplicata. L’hashish è solo uno specchio ingrandente che suggella l’orribile matrimonio dell’uomo con se stesso. Chi sogna di pura allucinazione si troverà di fronte a una vasta e totale illusione dei sensi, che dilata il tempo e lo spazio all’infinito. Non crediate che questo gioco sia innocente: fisicamente, sarà difficile liberarvi da questa gabbia. Ma il giorno dopo! Il terribile giorno dopo! (…) La natura orrenda, spogliata della sua illuminazione del giorno precedente, assomiglia ai melanconici resti di una festa.”

Paradis artificels

Una realtà di cartapesta

È però a livello spirituale che il male si rivela più grave e Baudelaire confronta l’uso dell’hashish con la stregoneria, attraverso la quale l’uomo abbandonerebbe il suo libero arbitrio, cercando di appropriarsi della felicità e negando ciò che la rende possibile: il lavoro del tempo, la volontà, la moralità.

“Ogni uomo che non accetta le condizioni della vita vende la propria anima”, conclude nel suo ultimo capitolo, intitolato Morale,  prima di porsi la domanda che tutti gli artisti si pongono: “I paradisi artificiali possono essere un aiuto fecondo alla creazione? Sì, ma a quale prezzo? Innanzitutto quello di non poter più pensare senza il veleno, perdendo così a poco a poco la propria volontà, lucidità e salute ed infine quello di perdere la propria anima, letteralmente, credendo di elevarsi a un’esistenza soprannaturale tramite la magia nera”.

Baudelaire conclude descrivendo l’hashish come un paradiso di cartapesta dove questi paradisi artificiali sono solo un gioco pericoloso, in quanto offrono solo un’illusione di felicità.