I Fiori del Male, l’opera controversa di Baudelaire – Koly Tra le Righe

Di Marco Hugo Barsotti
10 Oct 2024

Con la seconda puntata di Koly tra le righe, entriamo nel vivo delle opere dell’autore francese Charles Baudelaire e lo facciamo attraverso i Fiori del Male (Les Fleurs du mal) che costituisce lo scritto più celebre e controverso del poeta.

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Les Fleurs du mal

Il titolo allude, attraverso la parola fiori, alla bellezza che solo l’arte è in grado di esprimere, mentre male rimanda al degrado e alla volgarità della società contemporanea. Pubblicata per la prima volta nel 1857, la raccolta, che conteneva più di 1000 liriche, provocò un enorme scandalo nella Francia dell’epoca, a causa dei temi considerati scabrosi e indecenti. Il poeta fu processato per oltraggio alla morale e sei delle sue poesie furono censurate, costringendo l’editore a rimuoverle. Nel 1861 uscì una seconda edizione, rivisitata e arricchita da 35 nuovi componimenti e divisa in 6 sezioni.
Le diverse sezioni dell’opera tracciano una sorta di biografia ideale, un viaggio esistenziale che parte dalla presa di coscienza della propria estraneità rispetto al mondo circostante. Questo percorso attraversa varie esperienze legate alla vita decadente della città, con il desiderio di evasione attraverso l’alcol, i paradisi artificiali della droga e relazioni amorose distruttive. Da qui, il poeta giunge a una ribellione contro Dio, culminando in un rifiuto radicale della realtà che trova il suo compimento nella morte.
Quest’opera non solo ha segnato la poesia francese dell’Ottocento, ma ha influenzato profondamente anche la letteratura del Novecento.
Con I Fiori del Male, Baudelaire cerca di liberarsi dal suo malessere interiore e dall’autodistruzione. Per lui, solo l’arte può offrire una via di salvezza, sebbene questa liberazione sembri raggiungibile soltanto attraverso la morte, un atto di ribellione finale contro il mondo che lo opprime.

L’Albatros

i fiori del maleSpesso, per divertirsi, i marinai prendono degli albatri, grandi uccelli di mare che seguono, compagni indolenti di viaggio, in volo sugli abissi amari.

L’hanno appena posato sulla tolda  e già il re dell’azzurro, goffo e vergognoso,  pietosamente accanto a sé strascina come fossero remi le ali grandi e bianche.

Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato! E comico e brutto lui prima così bello! Chi gli mette una pipa sotto il becco, chi, zoppicando, fa il verso allo storpio che volava!

Il Poeta è come lui, principe dei nembi che sta con l’uragano e ride degli arcieri; fra le grida di scherno esule in terra con le sue ali da gigante non riesce a camminare.

 

La metafora del poeta

Nella poesia L’Albatros di Baudelaire, le prime tre quartine descrivono una scena in cui alcuni marinai catturano un albatros per divertirsi, ridicolizzandolo e imitando goffamente il suo comportamento. L’albatros, un uccello che in volo appare imponente e regale, diventa goffo e ridicolo una volta posato a terra.
Nella quarta quartina, il poeta rivela che l’albatros rappresenta una metafora della sua stessa condizione. Come l’uccello, che è magnifico nei cieli ma impacciato sulla terra, il poeta vive in una dimensione elevata e spirituale, ma viene disprezzato e deriso dagli uomini comuni, incapaci di comprendere la sua sensibilità. Questa diversità isola Baudelaire dalla società, soprattutto quella borghese, orientata al pragmatismo e alla produttività tipici della modernità industriale.

L’albatros diventa dunque il simbolo del poeta alienato, un emarginato nella società capitalista, incapace di trovare un posto in un mondo che privilegia l’utile e il profitto. Questa distanza tra il poeta e il resto della società genera in lui un senso di colpa, una percezione di maledizione. Tuttavia, egli trasforma questa sensazione in una sorta di orgoglio, reinterpretando la propria diversità come un segno di superiorità morale e intellettuale. In questo modo, rifiuta e disprezza la mentalità ristretta e materialista della società borghese, che non può comprendere la sua visione e la sua arte.