L’acqua non conosce frontiere. Trasformazioni di un’Europa che cambia

Di Redazione Nizza24
6 Nov 2026

Di Giovanni Gugg

La versione originaria dell’articolo è uscita sul numero 1 del magazine “In Comune”, consultabile qui: https://in-comune.it/

Il mare davanti a Nizza appartiene a una geografia singolare: poche decine di chilometri più a est passa la frontiera tra Francia e Italia; in mezzo c’è il Principato di Monaco. Sulla terraferma sappiamo dove uno Stato finisce e ne comincia un altro, mentre sul mare quelle linee continuano a esistere, ma diventano invisibili. E soprattutto non significano nulla per balenottere, capodogli e delfini che attraversano queste acque.
Proprio qui, nel Mediterraneo nord-occidentale, Francia, Italia e Principato di Monaco hanno istituito il Santuario Pelagos, un’area destinata alla protezione dei mammiferi marini. L’accordo fu firmato nel 1999 ed entrò in vigore nel 2002, invitando a guardare una carta geografica in maniera diversa: i confini nazionali rimangono, ma a essi si sovrappone un altro perimetro, disegnato per proteggere un ecosistema che quelle frontiere attraversa.

Giovanni Gugg

Non è un caso isolato. Paesi Bassi, Germania e Danimarca cooperano per proteggere il Mare dei Wadden; nei Balcani, i laghi di Prespa uniscono Grecia, Albania e Macedonia del Nord. Altrove parchi, foreste, montagne e bacini idrografici sono tutelati attraverso collaborazioni transfrontaliere. Alla carta politica dell’Europa se ne sovrappongono così altre, tracciate seguendo geografie differenti.
Alla base di queste esperienze c’è qualcosa di apparentemente ovvio: la natura non conosce i nostri confini, infatti un fiume non interrompe il proprio corso davanti a una frontiera, l’inquinamento atmosferico non si arresta alla dogana, gli animali migratori non possiedono passaporti. Le trasformazioni ambientali rendono però questa ovvietà politicamente sempre più importante: clima, biodiversità e inquinamento seguono geografie che raramente coincidono con quelle delle sovranità nazionali.

Questo non significa che gli Stati abbiano perduto la propria funzione, ma che per alcuni problemi la loro scala non basta. L’Europa ha cominciato da tempo a sperimentarne altre, come ad esempio Interreg, nato nel 1990, che ha fatto della cooperazione territoriale una politica europea e, nella sua componente transfrontaliera, mette in relazione territori contigui appartenenti a Stati diversi. La frontiera diventa uno spazio intorno al quale costruire progetti comuni. Con modalità differenti, anche i programmi Horizon ed Erasmus+ mettono in relazione ricercatori, studenti, scuole, associazioni e istituzioni di paesi diversi.
A questa trasformazione istituzionale se ne accompagna una sperimentata da milioni di europei, ovvero Schengen, che ha reso l’attraversamento di molte frontiere interne un gesto ordinario. È particolarmente evidente a Nizza, dove la vicinanza con l’Italia appartiene alla vita quotidiana: si può abitare in un paese, lavorare in un altro, costruire relazioni da entrambe le parti e attraversare una linea che per le generazioni precedenti aveva tutt’altro peso.

Ma attraversare una frontiera non significa necessariamente conoscere chi vive dall’altra parte. Nel 2013 lo scrittore franco-tedesco Olivier Guez si chiedeva sul «New York Times»: Are There Any Europeans Left? Individuava il paradosso di un continente che aveva integrato economie e istituzioni, moltiplicato viaggi e scambi e abbattuto molte frontiere materiali senza avere prodotto una conoscenza altrettanto profonda delle società che lo compongono. Potremmo dirlo così: abbiamo europeizzato la mobilità più rapidamente dello sguardo.
Pelagos, Interreg, Erasmus o Schengen non dimostrano dunque che sia nata un’identità europea destinata a sostituire quelle nazionali. Essere italiani, francesi o tedeschi continua ad avere un significato profondo, fatto di lingua, memoria, istituzioni, esperienze e affetti. Ma le identità non sono immobili: si formano e si trasformano attraverso le relazioni, cioè siamo ciò che siamo stati, ma siamo anche ciò che stiamo diventando.

Che cosa producono, nel lungo periodo, queste istituzioni e queste pratiche? Che cosa significa crescere attraversando frontiere, studiare altrove, lavorare in reti internazionali, affrontare insieme problemi che nessuno Stato può contenere entro i propri confini? Non possiamo dedurne una comune identità europea, ma possiamo riconoscere che sono cambiate le condizioni entro le quali costruiamo le nostre appartenenze.
Le crisi ambientali rendono tutto questo ancora più concreto, infatti il clima, l’acqua e gli ecosistemi ricordano che alcune delle linee per noi decisive non esistono per il mondo materiale. La questione non è abolire i confini, ma comprendere quando essi rappresentino una scala insufficiente per agire.
Pelagos offre un’immagine semplice di questa trasformazione: nel mare tra Francia, Monaco e Italia le vecchie linee non sono state cancellate, ma ne è stata disegnata un’altra che le attraversa. Nessuno dei tre paesi ha cessato di essere ciò che era; insieme hanno costruito uno spazio che prima non esisteva.
Forse l’Europa di domani può essere immaginata anche così, cioè non come un continente nel quale le appartenenze nazionali debbano dissolversi, bensì come un luogo capace di trasformarsi senza perdere la propria pluralità e, davanti a problemi comuni, di disegnare insieme una geografia più grande.

Fonte: Radio Nizza – Francia24